Nymphomaniac Volume II, di Lars von Trier

Basta la scena della levitazione della piccola Joe, nei primi minuti di questo secondo volume di Nymphomaniac, per rendersi conto di come il buon Lars von Trier voglia disattendere quanto promesso dal coming soon che chiudeva la prima parte. Se quei pochi flash lasciavano presagire una spirale di cupa violenza e di durezza metal, una discesa nel gorgo della depravazione e dell'autoannullamento, qui si va subito in direzione opposta, sulla scia di una corrente ascensionale che pare tradursi nel trionfo di una visione ironica, mistica ed estetica venuta fuori dalla costola (femminile) di Melancholia. Ed ecco la piccola Joe, che, con un orgasmo sacro, scopre la propria sessualità come unica modalità possibile del rapporto tra sé e l'Altro (l'umano o il divino che differenza fa?), e porta a compimento, per la prima volta, il suo "distacco dalla terra". E replicare questo distacco sembra davvero l'unica preoccupazione del personaggio, la sua utopia, nonostante e contro il richiamo più che terreno della carne, perseguito e difeso strenuamente. La liberazione dal desiderio nell'attimo stesso della sua piena realizzazione: è il momento apicale di un percorso di autoaffermazione, ma soprattutto è l'obiettivo di una pratica ascetica (l'ascesi non è sempre una pratica?).

 

No, il buon Lars non ci sembra affatto un nichilista, come molti pretendono. Né un contestatore della morale corrente. Per lui un barlume di sole deve comunque vedersi: "Non è il massimo, ma è il solo di cui si può godere qui, a casa mia". Benissimo. E non vale a negare questa speranza il buio con cui si chiude il film. Anzi, il percorso di liberazione di Joe sembra davvero compiersi nel supremo rifiuto dell'ultima, grottesca richiesta di congiunzione. Viene, quindi, da pensare che Lars von Trier, nonostante l'apparenza del distacco ironico, sia l'unico ad essere davvero ossessionato, quasi spaventato dalla materia che racconta, dai temi che mette in campo, dalle tenui ombre di oscurità che si affacciano appena nella luce monotona delle sue immagini. E proprio per questo si affretta ad annullare qualsiasi morbosità dalle scene, qualsiasi possibilità di piacere o repulsione nei confronti delle pratiche erotiche messe in campo. Si sforza di ridurre il sesso a un argomento qualsiasi, al pari di una dotta e "debole digressione" sulla pesca, le pistole, i nodi d'alpinista, le tradizioni iconiche. E ciò nonostante, d'altra parte, ha sempre voglia di spiazzare, provocare, disattendere. Un comportamento schizofrenico, da epilettico timorato di dio, che è, forse, l'unica cosa davvero affascinante nel film. Perché sul film in sé per sé, sia chiaro, c'è ben poco altro da dire. Lasciamo le esegesi ai più avveduti, a chi si diverte in queste cose…

 

Oltre le suggestioni più o meno indotte, oltre gli intenti, i percorsi tortuosi o lineari della scrittura, del disegno dei personaggi, dello scavo analitico, oltre quanto si immagini di scorgere nella traiettoria piatta delle immagini o tra le righe delle dotte digressioni, quel che conta è che il "film" Nymphomaniac non si muove mai, né verso il basso né verso l'alto, né verso il cielo né verso l'inferno. Nessuna immagine vive o muore. È messa là, al servizio del ragionamento o del gioco. Della masturbazione dell'Autore innanzitutto. E poi di tutti i suoi fedeli ammiratori. Il vero porno solitario, forse.

A ben guardare, tutto il discorso davvero interessante è extrafilmico, riguarda l'operazione Nymphomaniac, il gioco del vedo non vedo (più erotico che porno), della provocazione pubblicitaria, la sapiente strategia dei rinvii e delle attese, delle dichiarazioni in pubblico, delle fughe dalla stampa, dei manifesti, della sfilata delle star. La tecnica commerciale messa al servizio dell'autoaffermazione e delle testimonianze evangeliche di un'aura autoriale indiscutibile. O viceversa. Ma, aldilà dell'apparato, il cinema si riduce a ben poco, allo sterile esercizio di un dramma da camera in campo controcampo, a qualche immagine sporca e traballante, a qualche trovata ad effetto. Manca persino quel cortocircuito tra la cura formale magniloquente e la sterilità degli argomenti, che garantiva un certo fascino ad Antichrist o a Melancholia. Se c'è il tentativo di un ragionamento, riguarda il piano dei rapporti tra chi narra e chi ascolta. È questione di parola, che non tocca affatto l'immagine.

 

E, allora, Nymphomaniac non ci sembra molto diverso dal cinema oggi in voga, da Gravity a Her. Ribadisce come ciò che conta sia al di fuori di ciò che accade sul set, di ciò che si vede, si riprende e si offre allo sguardo. Ciò che conta, oggi, sta altrove, nella preproduzione o nella postproduzione. Nel complesso della macchina industriale e non nella lotta con la vita, l'imprevisto, la realtà. Ecco, non ci interessa sapere se il cinema sia un'arte o meno, come se stabilire questo possa cambiare il nostro modo di vedere e vivere i film. Di sicuro, come diceva qualcuno, non è un'arte della parola. Qui, caro Lars, di cinema ce n'è ben poco. È relegato, forse, in quel minuscolo spazio tra le due parentesi a forma di vagina. Probabilmente c'è molta arte, obietteranno alcuni. Va bene.

 

Titolo originale: Nymphomaniac: Vol II

Regia: Lars von Trier

Interpreti: Charlotte Gainsbourg, Stellan Skarsgård, Shia La Beouf, Willem Dafoe, Jamie Bell, Udo Kier, Stacy Martin, Jean-Marc Barr, Christian Slater, Uma Thurman

Origine: Danimarca/Germania/Francia/Belgio/GB, 2013

Distribuzione: Good Films

Durata: 123'