O agente secreto, di Kleber Mendonça Filho
Il Carnevale delle immagini di Mendonça Filho assalta la Storia con violenza, e non vuole riconciliazioni. Un film potente, un’architettura complessa tra tempo e immaginario. CANNES78. Concorso
L’ossessiva esplorazione della geografia dell’amata Recife, portata avanti attraverso i film e i documentari, è per Kleber Mendonça Filho innanzitutto una esplorazione nel tempo: questo suo ultimo film di tempi ne attraversa parecchi, intrecciandoli insieme secondo l’abituale caleidoscopio in frantumi di un cinema puntualmente eccedente, che aggredisce la Storia con violenza e non vuole riconciliazioni, lo sappiamo sin dal finale di Aquarius, e il dialogo conclusivo di O agente secreto ce lo ricorda senza illusioni: “ricordi molto più tu di mio padre di quanto ne abbia memoria io”, dice il figlio del protagonista di questa spy story (?) ambientata durante la caotica settimana del Carnevale di Recife, primi anni ‘70, alla ragazza che ai giorni nostri si sta occupando di ricostruire la storia di Armando/Marcelo tramite le intercettazioni ambientali, le registrazioni nascoste, i ritagli di giornale che ne hanno mappato la vita sotto copertura.
E O agente secreto è innanzitutto un film di tracce disperse, frammentarie, contraddittorie, non a caso aperto dalla voce di due speaker radiofonici, che affida appunto il suo racconto alle voci e alle testimonianze intercettate, e poi ai documenti mancanti, la musica, il cinema (dallo Squalo a The Omen via Le magnifique, la commedia spionistica con Jean-Paul Belmondo ad Acapulco), le assurde storie riportate dai quotidiani dell’epoca (è come se l’immaginario dei film dell’epoca esondasse nella realtà, in un folle frammento da b-horror la gamba mozzata trovata in bocca allo squalo si risveglia e compie una strage in un parco affollatissimo di notte per gli incontri sessuali clandestini…), le letterine e i disegni di un bambino al proprio padre lontano.
Corso Laboratorio di RIPRESA VIDEO e Fotografia, dall 18 marzo

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In un Brasile sotto dittatura, la vera moneta di scambio tra criminali che flirtano con la modernizzazione industriale, spie, sicari e rifugiati politici riguarda per forza di cose l’identità, i panni che indossiamo per ingannare gli altri e noi stessi, il volto reale e nascosto di chi ci troviamo di fronte: la natura del Carnevale (quel carnevale che, ci avvisa sempre la prima pagina di un giornale, farà alla fine 91 morti) innerva tutte le immagini e le storie del film, la natura infernale e sanguinaria dei cortei in maschera, Mendonça Filho setta il livello già con l’assurda sequenza d’apertura con il cadavere lasciato a marcire nell’area di sosta del distributore di benzina, e poi con l’aggressione dell’energumeno in costume da pollo che assalta l’automobile del protagonista, alle porte di Recife. E’ vero, a raccontarlo così sembra una follia, quasi vicina ai primi Ruizpalacios come Museo o Una película de policías, ma quello di O agente secreto non è semplice gioco narrativo, nemmeno quando si abbandona al puro piacere del racconto, della costruzione: nello sguardo incredibilmente stratificato del regista passa il respiro di un’architettura complessa che sembra davvero non volersi mai esaurire, come una pagina di Roberto Bolaño.
Le immagini sono affollate di dettagli ma soprattutto di personaggi, di linee d’amore (e di pericoli costanti, sullo sfondo avvengono costantemente eventi nefasti, come la donna che rimane posseduta al cinema per aver visto il film di Donner su Damien…) che rimangono giusto accennate, dolorosamente sospese. Fanno in tempo comunque a donare un senso assolutamente contemporaneo (la fantastica sequenza della bevuta tra “rifugiati” in cui qualcuno finalmente confessa il proprio nome, la propria provenienza, il proprio passato o dove abbia intenzione di andare) a quello che solo in apparenza potrebbe sembrare un divertissement vintage, ma tra le righe della Storia del Brasile parla invece la lingua delle idiosincrasie del nostro tempo.
























