Oi vita mia, di Pio e Amedeo
Il debutto alla regia del duo comico vorrebbe essere libero ma non si distacca dai canoni dei precedenti. E della loro volontà di distruggere il politicamente corretto è rimasto ben poco.
Da buzzurri a romantici. In Oi vita mia Pio e Amedeo, al quarto lungometraggio da protagonisti e per la prima volta anche dietro la macchina da presa, cambiano volto. Nel loro esordio sul grande schermo, Amici come noi, la loro comicità prepotente e infantile invadeva chiese, aule scolastiche, ristoranti stellati, matrimoni e funerali, viaggiando dalla città natale, Foggia, a Roma e Milano, fino ad insultare i ciclisti ad Amsterdam. Più di dieci anni dopo, il duo si è accasato e sembra ormai aver abbandonato la volontà (c’è mai stata davvero?) di distruggere e smantellare le fondamenta del politicamente corretto – quel “fair play” che andava dimenticato -, trasformandosi piuttosto in un anello di congiunzione che tenta di preservare e di unire mondi e filosofie diverse. Paradossalmente, l’opposto.
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Eccoci, dunque: siamo a Vieste ed entrambi si trovano in una situazione stabile e serena, con uno (Pio) che fa l’educatore in una comunità per giovani ragazzi in difficoltà, e l’altro (Amedeo) che gestisce una casa di riposo per anziani. Il primo è in una relazione con Francesca (Cristina Marino), con la quale vorrebbe mettere su famiglia, il secondo ha cresciuto da solo la figlia Rita (Adriana De Meo). Inutile dire che la loro routine sarà ben presto spezzata: Francesca lascia Pio e, poco dopo, un evento imprevisto costringe Amedeo ad accogliere l’amico e i ragazzi nella casa di riposo, costringendo tutti a una convivenza forzata.
Insomma, generazioni a confronto, si potrebbe pensare. Più o meno, perché il nuovo status quo sembra avere effetto più che altro su Amedeo, che teme di vedere la sua tranquillità stravolta. Dei “drogati” – si fa per dire, ovviamente – e degli anziani alla fine sapremo poco o nulla: è chiaro che di loro ai registi importa il giusto e servono solo come prompt generatori di gag, peraltro non sempre riuscitissime, soprattutto se non sono i protagonisti a farne parte. Ma per essere un’opera che, a detta degli stessi autori, vuole essere “libera”, Oi vita mia pare invece abbastanza impostata. Pio è il solito svampito, imbranato e ingenuotto dall’atteggiamento passivo, Amedeo il rozzo carismatico dalle idee bigotte (anti-woke, si direbbe oggi forse), tutto faccette e spasmi muscolari del collo e della lingua.
Certo, ci sono momenti in cui la genuina intesa tra i due diventa contagiosa, e in alcuni di questi emerge ancora la voglia di prendere in giro l’Italia e gli italiani, come quando Amedeo si improvvisa Filippo Bisciglia e porta uno sconsolato Pio al “falò di confronto”. Succedeva anche nel film precedente, Come può uno scoglio (la parodia a Gomorra), ma in entrambi i casi si tratta davvero di sprazzi isolati, e rimane sempre il dubbio: si ride per l’efficacia della battuta o per non piangere?
Oi vita mia prende poi una miriade di direzioni, passando senza particolare scioltezza da omaggi allo stoner movie a sequenze da commedia romantica che vorrebbero essere parodistiche, ma risultano semplicemente fuori luogo. Non per niente, con quasi due ore di minutaggio, è il film più lungo della coppia. Eppure va detto che, nell’eccessiva mole di storyline, almeno una riesce a coinvolgere: quella di Mario (interpretato con la giusta sensibilità da un quasi novantenne Lino Banfi), malato di Alzheimer che riprende tutto con una videocamera per poter ricordare. Ed è proprio qui, nelle immagini di una vita che scorrono davanti ai nostri occhi, che Pio e Amedeo ci ricordano, in una delle rare suggestioni del film, che il cinema è anche memoria, e finché c’è memoria c’è vita. Anche se, ahimé, questo particolare frammento di cinema sarà dimenticato molto presto.
Regia: Pio e Amedeo
Interpreti: Pio D’Antini, Amedeo Grieco Lino Banfi, Ester Pantano, Cristina Marino, Marina Lupo, Adriana De Meo, Emanuele La Torre
Distribuzione: PiperFilm
Durata: 113′
Origine: Italia, 2025






















