Old Henry, di Potsy Ponciroli

Fuori Concorso a #Venezia78 un “microwestern” in cui lo spazio familiare da difendere con la vita diventa la nostra memoria di spettatori cinematografici e di un genere tutto

1906, Oklahoma. Persino i contadini del vecchio west sanno benissimo che lo spirito del tempo è ormai cambiato: “c’è un nuovo mondo lì fuori, non adatto a vecchi come me”. In quell’angolo di colline sperdute, infatti, un uomo (interpretato da Tim Blake Nelson con la solita traboccante umanità irregolare) e il suo unico figlio adolescente (Gavin Lewis) continuano a scavare la terra brulla con il piccone e a citare la Bibbia cercando una imprecisata redenzione. Una testarda quotidianità che viene definitivamente infranta dall’incontro con un uomo ferito da una pallottola nel petto (Curry, interpretato da Scott Haze) e con la sua borsa piena di denaro. Henry lo porta a casa, lo cura e nasconde la pericolosa refurtiva; nel frattempo il bandito Ketchum (Stephen Dorff) e la sua banda si fingono uomini di legge per seguire le tracce di quel denaro. Il fazzoletto di terra del vecchio Henry diventa così il teatro di un incontro/scontro che non ammette errori di valutazione.

Gli ingredienti classici del western ci sono tutti: un padre austero e un figlio sognatore (di nome Wyatt!), la casa e la wilderness, il denaro e i banditi, infine lo straniero/mutaforme che mette in crisi la famiglia e la dicotomia morale/violenza come centro propulsore di ogni movimento. Archetipi cristallini– pescati sempre a proposito dall’archivio immaginario del genere americano per eccellenza– che dispiegano le loro potenze narrative con una naturalezza disarmante. Potsy Ponciroli non solo conosce benissimo la storia del western ma sa anche farla rivivere senza eccedere mai in sterili e compiaciute sovraeccitazioni cinefile (persino quado cita evidentemente John Ford). È la purezza classica di messa in scena il punto di forza di questo “microwestern” (come lo definisce lo stesso regista) che ha un unico set principale e un’unica linea d’azione chiara e mai messa in dubbio. Eppure, nelle pieghe dell’assoluta trasparenza narrativa, balenano segni contrastanti: Henry ha molte cicatrici esterne e interne che fanno presumere un passato violento e mitizzato da cui sfuggire. I membri della gang vorrebbero liquidare con un colpo di pistola ogni resistenza dell’uomo magro e malconcio, ma Ketchum li stoppa dubbioso perché “nessun contadino tiene in mano la pistola in quel modo…”.
Insomma, Henry è un uomo che tutti sembrano aver incontrato (“dove vi ho già visto?”) eppure nessuno riconosce (persino Wyatt gli domanda “ma chi sei tu?”). Ponciroli abbraccia pian piano la memoria condivisa di una delle icone sacre del genere (senza svelare di più, il passato del protagonista nasconde un tesoro immaginario che incasella il film nel più classico dei percorsi violenza-redenzione) ambientando Old Henry agli albori del XX secolo ma cercando di interessare lo spettatore agli albori del XXI.
In che modo? La memoria privata del sofferente Curry inizia a chiarire uno dei fatti centrali dell’epica del west(ern) impastandolo alla sanguinosa contingenza della sparatoria finale tra Henry e Ketchum. Lo spazio familiare da difendere con la vita, allora, diventa la nostra memoria di spettatori cinematografici a cui basta una qualsiasi inquadratura di questo notevole “piccolo film” per sentirci a casa parlando per ore del segreto sconvolgente sul passato del vecchio Henry.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.7

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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