Olga, di Elie Grappe

Un esordio folgorante che tramite lo sport racconta la rivoluzione ucraina di piazza Majdan del 2013/2014 scatenata dal presidente Yanukovych

Giovanissimo classe ’94, ex studente dell’ECAL di Losanna, Elie Grappe ha partecipato, come casting director, alla Quinzaine di Cannes con Particles di Blaise Harrison. Con il suo esordio al lungometraggio Grappe ci racconta la storia della ginnasta Olga, interpretata da Anastasia Budiashkina che fa questa professione anche nella realtà, e della madre giornalista alle prese con la “rivoluzione della dignità” scatenata dal presidente Yanukovych tra la fine del 2013 e il 2014. La mancata firma di un accordo che avrebbe reso più stretto il contatto tra Unione Europea e Ucraina porta alla messa a fuoco totale di Kiev. Vengono chiuse le strade principali e la metro. Molotov, teste spaccate, i manifestanti subiscono le avanzate della polizia ucraina. Tutti gli scontri hanno come proprio centro piazza Majdan. È lo stesso Ministero dell’Interno che consiglia di lasciare la città, soprattutto a donne e bambini. Tra queste c’è anche la giovanissima Olga che con la scusa di doversi preparare per il campionato europeo viene mandata al sicuro in Svizzera, paese di provenienza del padre. Stretta nel suo 4:3 Olga inizia il suo nuovo percorso, quello sportivo, all’apparenza lontano dalla politica e dal conflitto, ma riscoprirà nella solitudine più totale e nella difficoltà ad integrarsi con il resto del team che il conflitto ce l’ha dentro. Olga si sente tradita e abbandonata, sia dalla madre, sia dalla sua terra natia. Entrambe così care, ma così assenti. Sempre al centro del conflitto. Adesso ha deciso di andare, di non aver bisogno di nessuno, di non confidarsi e di impegnare la rabbia che ha dentro solo ed esclusivamente nello sport.

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Olga infatti diventa col passare del tempo un film dal ritmo serrato, dove la narrazione viene continuamente abbandonata in favore del continuo bombardamento di filmati di repertorio. La protagonista non viene mai realmente ascoltata e lei stessa non riesce ad ascoltare le miriadi di voci che le si presentano davanti. Per questo è come se mancasse sempre un tempo in più in ogni sequenza che vede la protagonista interagire con altri personaggi. Sia ad Olga, sia a Grappe non interessa. Il suo non è un film sulla crescita e l’accettazione del proprio dolore. Il suo è un film politico su chi non ce l’ha fatta e mai ce la farà. Perché lo sport, al contrario di quanto dice l’ex allenatore passato nella squadra russa, è un atto politico. Come tutto. Provate a non veder politica nella storia di un fuoriclasse come Maradona. Grappe firma un esordio convincente che stupisce per ritmo del montaggio e regia che dopo il debutto alla Semaine de la Critique di Cannes, dov’è stato premiato per la sceneggiatura, è stato scelto come candidato ufficiale svizzero all’Oscar per il miglior film internazionale.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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