Oliver Laxe, la spiritualità in movimento
Uno sguardo sul cinema del regista spagnolo, in attesa della proiezione, stasera, del suo Mimosas, Tra spiritualità, natura e immagini, dai primi lavori fino all’ultimo, tanto discusso, Sirāt
Nel cinema di Oliver Laxe si avverte una spiritualità, una ritualità, come se il regista volesse riconciliare chi guarda con lo schermo, lo spettatore con le immagini. Una riconciliazione che passa attraverso un rito, in cui le immagini stesse sembrano restituire energia. È ciò che accade in Sirāt, il suo ultimo film, dove il movimento dei corpi imposto dai beat diventa movimento cinetico. Come dice lo stesso Laxe in un’intervista: “Per me è potente essere in pista a un rave, circondato da persone che fanno la stessa cosa. Al cinema è la stessa cosa. Al cinema siamo seduti al buio e non c’è alcun rapporto familiare con le persone con cui siamo seduti. Ma c’è una relazione sottile ed energetica con le persone mentre guardi il film”.
Laxe nasce nel 1982 a Parigi da genitori emigrati galiziani, e all’età di sei anni torna con la famiglia in Galizia, nel nord-ovest della Spagna. Dopo l’adolescenza a La Coruña si trasferisce a Barcellona, dove si laurea in Comunicazione Audiovisiva all’Universitat Pompeu Fabra e inizia a dedicarsi al cinema, girando i primi cortometraggi a Londra prima di stabilirsi per un periodo a Tangeri, in Marocco, dove crea un laboratorio di cinema in 16 mm con bambini che dà origine al suo primo lungometraggio, Todos vós sodes capitáns, vincitore del Premio FIPRESCI alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes.
I suoi film successivi Mimosas e O que arde sono anch’essi premiati al Festival francese con il Grand Prix alla Semaine de la Critique e nella sezione Un Certain Regard. Riprendendo il discorso su spiritualità e pubblico, il regista durante un’intervista, parlando proprio di Mimosas, lo descrive come “un’avventura metafisica” e continua spiegando che “c’è anche una sorta di trascendenza che credo anche il pubblico desideri. Credo che ci sia un’esperienza di mistero, di stranezza. C’è una necessità, tra qualcosa di chiaro e qualcosa di più misterioso, in questo film, e questo mi piace”. Il film – definito dallo stesso Laxe come un western religioso – prende i contorni di un percorso spirituale e iniziatico raccontando il viaggio di una carovana che deve trasportare il corpo di uno sceicco attraverso le montagne dell’Atlante per raggiungere Sijilmassa.
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Dopo i suoi primi due film Laxe sente il bisogno di tornare a lavorare nella sua terra, in Galizia ed in particolare nel villaggio dove è nata la madre, un luogo che ha segnato i suoi primi ricordi immerso tra le montagne e la natura. È una condizione, quella che lega i paesaggi naturali al modo in cui vengono raccontati dalle immagini, che ritorna sempre nel suo cinema.
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In particolare il regista in un’intervista descrive i paesaggi del suo O que arde, il film nato da questo “ritorno a casa” come “un luogo molto importante per me: è il mio fondamento. Il mio primo ricordo degli Ancares risale a quando avevo 4 anni. Come la maggior parte degli immigrati spagnoli, tornavamo in Spagna ogni estate”. Questo rapporto con la natura viene analizzato nel film per contrasti raccontando di Amador, un ex piromane uscito di prigione che torna a vivere nel villagio galiziano dove è cresciuto.
Si arriva così a Sirāt, dove il rapporto tra corpi, natura e spiritualità si estremizza fino a farsi processo, viaggio, percorso, inscritto già nel titolo. Sirāt rimanda infatti, in ambito islamico, a un significato escatologico preciso, quello del ponte sottile come un capello e affilato come una spada teso sull’Inferno, quindi destino ultimo dell’uomo. Una metafora che risuona anche nella visione di Oliver Laxe, come lo stesso regista ha spiegato a FilmStage: “Sirāt e tutti i miei film parlano di questa sottomissione sovrana. Questa sottomissione a qualcosa che è più grande di te. Sirāt evoca il fatto che la vita non ti dà ciò che cerchi, proprio come il cinema”.
Nel cinema di Oliver Laxe, più che raccontare storie e rispondere a domande, si tratta di avvicinarsi a un’esperienza fisica, spirituale, etica. Un cinema che chiede allo spettatore la stessa disponibilità al rischio dei suoi personaggi, chiamati ad attraversare spazi ostili, paesaggi estremi, zone di incertezza morale. Film dopo film, Laxe costruisce un’idea di cinema vivo in contrapposizione a ciò che lui stessa crede, cioè che, come ha dichiarato a FilmStage, “le immagini sono morte. Sono morte Perché hanno troppo peso. Sono lì per dire delle cose, per dirne troppe, per spiegare eccessivamente qualcosa. Un’immagine non ha la responsabilità di dire qualcosa; deve evocare qualcosa”.




























