Ombre e volti

Morendo, John Cassavetes ha lasciato un vuoto attorno a sé: con lui se ne è andato un attore tra i più 'seducenti' e, insieme, uno tra i massimi registi moderni, un artista a tutto tondo che con la sua opera ha tracciato un segno, indelebile. Tanto è stato avversato all'epoca dei primi esordi dietro alla macchina da presa, perché ritenuto scomodo, così, in quell'ormai remoto 3 febbraio 1989, in molti l'hanno rimpianto, avendo riconosciuto in lui una forza fuori dal comune. La sua opera innovativa è arte che seduce lo sguardo e per questo merita gli onori concessi ai grandi: essa va riscoperta periodicamente, oggi forse più che mai, per lo straordinario slancio vitale con cui per trent'anni ha destabilizzato il pubblico e con cui, ancora, è capace di turbarlo.



Nato il 9 dicembre 1929 a New York da padre di origini greche, Cassavetes si è accostato al mondo dello spettacolo per inclinazione naturale: in lui, cinema teatro e vita hanno conosciuto un rapporto di intima relazione, al punto che si è instaurata una confusione inestricabile tra esistenza privata ed attività creatrice. Molto si è parlato, ad esempio, di "cinema di famiglia": Ben Gazzara, Seymour Cassel, Peter Falk e, soprattutto, la splendida Gena Rowlands sono, infatti, prima che interpreti ricorrenti del suo cinema, parte integrante della sua vita. E non mancano all'appello madri, suocere, figli, cognati, colleghi e quanto basta per avvalorare definitivamente la pertinenza della definizione. Una "famiglia", dunque, che condivide intenti e passioni, e che il regista può filmare consapevole di possederne una conoscenza profonda: la rappresentazione che ne risulta, allora, si spinge al di là della superficie, sfiorando l'eccesso di una messa a nudo della verità intima di questi corpi noti e risaputi, l'eccesso di un'esposizione insistita, in quel suggestivo e controverso incontro di realtà e finzione che fu sempre al centro del cinema di Cassavetes.


Sebbene, per vocazione e grandezza, egli vada considerato soprattutto uno straordinario cineasta, il suo nome è divenuto noto ai più inizialmente per la folgorante carriera d'attore: mentre poneva le basi del proprio unico stile registico, il suo volto faceva il giro del mondo ed egli acquisiva quella postura tra il dimesso ed il malefico che per sempre lo identificherà come interprete ad Hollywood. Chi non lo ricorda, ad esempio, nei panni dello splendido Victor Franco, l'indisciplinato detenuto di Quella sporca dozzina (Robert Aldrich, 1967)? Oppure nelle vesti di Guy Woodhouse, diabolico coniuge di Mia Farrow nel coevo Rosemary's Baby, capolavoro di Polanski?


Diplomatosi presso la New York Academy of Dramatic Arts nel 1950, egli assimila, per poi distaccarsene, i dettami del metodo Stanislavski e dell'Actor's Studio e a soli 28 anni può contare al proprio attivo la partecipazione ad oltre un centinaio tra film e serie televisive: si pensi, in particolare, ad Alfred Hitchcock Presents, Johnny Staccato (ruolo protagonista e regia di cinque episodi), e Colombo (interpretazione di un episodio e regia dello stesso al fianco del protagonista Peter Falk, sotto lo pseudonimo comune di "Nick Colosanto"). Tra le più importanti produzioni hollywoodiane, invece, si ricordano soprattutto Nel fango della periferia (Martin Ritt, 1956), Contratto per uccidere (Don Siegel, 1964) e Fury (Brian De Palma, 1978).

Come si è accennato, però, è stato con il passaggio alla regia (ne firmerà in tutto dodici) che Cassavetes ha raggiunto la massima espressione artistica, seguendo il desiderio di creare finalmente un film che davvero gli appartenesse. Per primo è nato Ombre (1958-1959), frutto inatteso dell'atelier di arte drammatica, il Variety Arts Studio, condotto da Cassavetes in quel periodo: uno shock per il mondo del cinema, che da allora si vede costretto a considerare un nuovo modo di fare film. Innovativa, infatti, è la vena improvvisatoria che sostiene il progetto, privo di sceneggiatura scritta; affascinante l'intraprendenza di Cassavetes e compagni nel realizzarlo (indimenticabile l'episodio dei primi 2000 dollari di finanziamento ottenuti, direttamente dal pubblico, dietro appello del regista in persona) ed incrollabile la volontà di non piegarsi al tentacolare meccanismo produttivo di Hollywood, i cui rapporti con l'artista si limiteranno quasi esclusivamente alla sua attività d'attore.


Si tratta di un film d'esordio emblematico, poiché già vi si riconoscono i caratteri dell'intera sua opera: da un lato, il tipico spirito "jazzistico" ed improvvisatorio, per cui la macchina da presa coglie i gesti degli interpreti al di fuori di ogni disegno prestabilito, assecondando l'imprevedibilità misteriosa della vita; dall'altro, la propensione per l'intervento dell'attore nell'ampliamento dello script, con un progressivo inglobamento del personaggio nelle proprie fibre. "Tutto, in un film, deve trovare la propria ispirazione nell'istante", dichiarò Cassavetes a Positif nel 1976 (n. 180).


Vige, insomma, la legge della sorpresa assoluta: come sonorità jazz (per altro assai sfruttate nelle colonne sonore), i film poggiano su di una spiazzante e debole coerenza narrativa, su di una spiccata ambiguità figurativa e semantica. Ne è prova, ad esempio, il successivo Volti (1965-1968), grande film della biforcazione, che sfrutta il bianco e nero della pellicola 16 mm (gonfiata a 35) per ottenere un'immagine "sporca", dalla leggibilità non immediata, scioccante per la dimensione prettamente tattile che arriva ad assumere. Nella stessa direzione operano le forti sovra e sotto esposizioni che pervadono il film, l'insistenza di una visione iper-ravvicinata concentrata su volti e dettagli (ed un conseguente uso del fuori-campo che diviene arte), i quali, mostruosi per la troppa prossimità, triviali e sublimi insieme, arrivano a "toccare" realmente l'osservatore, con un effetto di violazione prossemica a tratti inaudito.


Un film audace e profondamente moderno, che divenne oggetto di culto per un'intera generazione.

È il 1968 quando Volti esce nelle sale, ottenendo un immediato successo commerciale e di critica e ben tre nomination all'Oscar (sceneggiatura originale, attore ed attrice non protagonisti). Per Cassavetes è un riconoscimento importante, soprattutto pensando alla natura assolutamente indipendente del film (arrivato dopo altri due, più deludenti, realizzati per le Majors): finanziato personalmente, è stato girato nell'abitazione del regista a Los Angeles, che fu location e sede di montaggio (e che, più avanti, sarà sfruttata anche come oggetto di ipoteca!). In un'intervista rilasciata ai Cahiers du Cinéma (n. 205, 1968) Cassavetes dirà: "È un film che in un certo senso è unico: so che nessun altro l'avrebbe potuto fare, tanto io ne sono coinvolto, tanto fa parte della mia vita. […] Volti è divenuto più di un film: è divenuto un modo di vivere, un film contro le autorità ed i poteri che impediscono alla gente di esprimersi secondo i propri desideri".


I lavori successivi di Cassavetes giungono a dimostrazione del suo grande talento e dell'acquisizione di uno stile unico e consolidato. In risposta alla diversità degli intenti ed esiti di ciascun film, si può rilevare, infatti, la ricerca costante di un tipo di cinema essenzialmente figurativo, modernamente proiettato verso un contatto diretto con lo spettatore.


A tal proposito, il decennio 1968-1978 corrisponderà al periodo di massima maturità e densità artistica: si inizia con Mariti, protagonisti gli amici Falk e Gazzara insieme a Cassavetes, al suo primo importante ruolo auto-diretto (precedentemente, solo un'apparizione fugace in Ombre e, in seguito, parti secondarie, ma mai marginali, in Minnie and Moskowitz e La sera della prima e, da protagonista, in Love Stream).


Rappresentazione splendidamente vitalistica della perdita di certezze dell'uomo moderno, Mariti indaga alcuni motivi chiave del cinema cassavetesiano, quali l'eccesso come forma privilegiata d'espressione, l'alcol come flusso liberatorio, il riso isterico e la pulsione incontrollata dei corpi, che corrono a perdifiato o crollano, che si colpiscono l'un l'altro solo per ritrovare completezza nel contatto. Il linguaggio dei gesti si fa primario, mentre le parole appaiono prive di senso o girano a vuoto inascoltate (ed abbondano onomatopee e filastrocche), rivelandosi mancanti nell'espressione della verità. Il tutto, nella predilezione per il quotidiano riscoperto come eccezionale, per la messa in scena di piccoli pezzi di vite senza inizio né fine distinguibili, colti in maniera casuale all'interno dello scorrere dell'esistenza.

Eppure, siamo lontani mille miglia da qualsiasi tipo di cinema documentario: i film di Cassavetes sono pensati e creati con rigore, anche se, forse, mai veramente conclusi, come la vita. In questo melange di eleganza e naturalezza, Cassavetes si rivela artista tanto del montaggio quanto del piano-sequenza, anche laddove il primo comporta l'instabile connessione di piani eccessivamente ravvicinati e la seconda, una visione altrettanto destabilizzante, spesso condotta camera a spalla, con il fiato sul collo degli attori che insegue.


Sono proprio questi ultimi, nel cinema dell'Autore, a dare concretamente corpo ad ogni tematica: "L'attore è colui che mi interessa maggiormente. Perché gli attori non hanno nient'altro da vendere che loro stessi, e il loro modo di comunicare è così speciale e differente che, quando qualcosa accade, è impossibile esprimere lo shock subito dal loro spirito, i loro sentimenti, la maniera in cui vengono colpiti. Essi possono riprendersi, ma la ferita è importante, tocca la loro personalità, il loro modo di vivere", dichiarò il regista a Positif nel 1978 (n. 205).


Tra gli interpreti, in primo luogo spicca Gena Rowlands, moglie e musa ispiratrice di Cassavetes, nonché presenza centrale di tutta la sua opera: già tra i protagonisti di Volti, a lei sono dedicati i successivi Minnie and Moskowitz (1971), Una moglie (1974) e La sera della prima (1978), che oggi possiamo riscoprire nella loro unità sorprendente, nella sottile trama di connessioni che li lega. Il primo si struttura come una tipica screwball comedy, classicamente ispirata a Capra ma genialmente volta alla distruzione del modello hollywoodiano, cui sferra una critica sagace e serrata; Una moglie, invece, tocca il tema della follia attraverso la straordinaria gestualità della protagonista, sposando una prospettiva squisitamente femminile con competenza e sensibilità rare; infine, La sera della prima, film in cui spontaneità ed improvvisazione si tingono di maggiore ricercatezza visiva, rappresenta quasi una summa delle passioni di una vita, nella fusione pressoché totale di realtà e finzione, cinema e teatro.


Se già con L'assassinio di un allibratore cinese (1976) si era assistito ad un'eclatante teatralizzazione dell'impianto filmico, la passione per l'attività teatrale sarà ampiamente riconfermata nell'ultima fase creativa, gli Anni '80, che vede la stesura di numerosi drammi, tra i quali in particolare ricordiamo Coltelli, Love Streams (base, anche, dell'omonimo film interpretato dalla coppia Gena e John) e La donna del mistero, portata in scena nel 1987 da un Cassavetes, ormai, già molto malato.


La sua è stata una vita vissuta intensamente, dedita all'arte fino alla fine, in cui è stata la vita stessa la massima fonte di ispirazione, la più grande avventura.


Ricordandolo oggi, rendiamo omaggio al suo genio inesauribile ed alla straordinaria attualità del suo cinema, notando come esso tuttora influenzi in maniera decisiva tanti registi moderni: Scorsese (si pensi, in primo luogo, a Main Street!), Jarmusch e Moretti, ad esempio, sono solo alcuni casi, ma già offrono un'idea del valore che l'opera e la personalità di Cassavetes rivestono nel panorama cinematografico internazionale e di quanto, oggi più che mai, possa essere importante operarne una riscoperta profonda, davvero completa.


 


Sito ufficiale di Cassavetes: http://people.bu.edu/rcarney/cassavetes, che raccoglie i decennali ed approfonditi studi dell'americano Raymond Carney, tra i massimi conoscitori del regista.