One Earth – Tutto è connesso, di Francesco De Augustinis

Racconta il legame tra la crisi del nostro pianeta e il sistema di produzione alimentare, stimolando una riflessione senza far leva sulle emozioni dello spettatore. Dal Cinema e Ambiente di Avezzano

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“Una farfalla batte le ali a Pechino e a New York arriva la pioggia invece del sole”, affermava Jeff Goldblum in un cult degli anni Novanta. Ad osservare oggi certi avvenimenti recenti non si può che essere d’accordo con questa teoria, basterebbe considerare la velocità con cui un virus sia riuscito ad essere trasmesso da un wet market di Wuhan fino a un piccolo paese della provincia lombarda. Per questo motivo viene naturale chiedersi quali potrebbero essere altri tragici effetti di scelte compiute dall’altra parte del mondo. Il documentario One Earth – Tutto è connesso di Francesco De Augustinis parte proprio dall’idea che niente sia casuale nel nostro pianeta e che quindi tutto sia irrimediabilmente connesso. In che modo il nostro sistema alimentare è connesso alla crisi del clima e alle altre crisi che stanno portando alla rovina il nostro pianeta? Quale ruolo e quali conseguenze hanno la produzione e il consumo del cibo che portiamo sulle nostre tavole? Perché il sistema alimentare rischia di portare alla fame miliardi di persone nei prossimi anni? Questi sono solo alcuni dei quesiti ai quali One Earth – Tutto è connesso tenta di fornire una risposta adeguata e scientifica.

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Il documentario di De Augustinis compie un lungo viaggio tra Cina, Europa e Sud America, raccontando gli squilibri del sistema alimentare del nostro pianeta e i fenomeni a catena che ne scaturiscono. L’aumento esponenziale del consumo di carne in Asia e nel resto del mondo causa l’intensificazione degli allevamenti, ma questo a sua volta provoca la deforestazione in Amazzonia per coltivare soia, prezioso mangime degli allevamenti di tutto il mondo. Secondo alcune stime della FAO, il 90% della deforestazione tropicale nel mondo è legata proprio all’avanzata dell’agricoltura intensiva. Il numero non è che destinato a salire, considerando che ogni anno nel mondo vengono allevati più di 160 miliardi di animali. Paesi molto popolosi e in continuo sviluppo economico, come Cina e India, aumentano di anno in anno la domanda di carne animale creando squilibri inimmaginabili. La prima parte del documentario si concentra proprio sulla Cina, in particolare su dei palazzi giganteschi di dieci piani situati in zone montuose, nei quali l’azienda Yangxiang riesce ad allevare quasi due milioni di suini l’anno con un costo di produzione bassissimo. La Cina non ha inventato nulla in questo senso, ha semplicemente replicato e potenziato il modello zootecnico europeo e nordamericano.

La seconda parte del documentario mostra la drammatica situazione delle popolazioni indigene in Brasile, costrette a lottare quotidianamente contro il fuoco appiccato da fazendeiros al soldo delle multinazionali, tra tutte ritorna spesso la statunitense Cargill. Scorrono veloci le terribili immagini di alberi abbattuti e campi infuocati, mentre uomini e donne si adoperano in ogni modo per salvare il verde della propria terra. Il regista riesce a catturare l’angoscia di quei momenti senza mai cercare di sconvolgere lo spettatore con riprese “emozionali”, a quello ci pensano gli abitanti e lavoratori della zona, ormai stanchi e decimati in una guerra contro i mulini a vento. Celia Xakriabà, agguerrita portavoce degli indigeni Xakriabà del Cerrado, parla a ragion veduta di progetti di genocidio, etnocidio e ecocidio. Responsabilità che ogni occidentale porta sulla propria coscienza. Il discorso infine si sposta sulle possibili pandemie dovute a zoonosi, malattie che hanno la possibilità di fare il salto della specie, dagli animali a noi. Prima ancora del Covid-19 c’erano state l’aviaria, la suina, la spagnola e così via. Sono gli allevamenti intensivi a favorire il proliferare di queste infezioni, ma soprattutto il largo utilizzo di antibiotici, sia negli animali che negli esseri umani. Quello che viene definito “Antibiotico Resistenza”, ad esempio, rappresenta la capacità di un batterio di diventare immune ad ogni tipo di antibiotico, rendendo in questo modo difficile contrastare anche una semplice influenza.

Il rischio di un documentario di questo genere è sempre quello di cadere nel facile sensazionalismo, cercando di far leva sulle emozioni e i sensi di colpa dello spettatore per imporre la propria tesi e visione personale, giusta o sbagliata che sia. Il pregio del documentario di De Augustinis è quello di non voler mai sconvolgere o inorridire, bensì presentare fatti in maniera obiettiva e razionale che possano stimolare una riflessione sincera. L’ultimo capitolo, ad esempio, affronta l’aspetto etico della questione animale utilizzando immagini molto forti ma sempre con grande equilibrio e tatto, così come dovrebbe sempre essere se l’obiettivo resta quello di colpire la mente dello spettatore e non lo stomaco. Prendono parola ricercatori, attivisti e scienziati impegnati da anni in questo settore, oltre a rappresentanti di multinazionali e di centri di sviluppo zootecnico. Le stesse idee e gli stessi concetti sono proposti quindi in maniera spesso contrastante per dar modo di sviluppare un pensiero proprio e individuale, senza alcuna imposizione. One Earth – Tutto è connesso chiede con urgenza una ristrutturazione totale del sistema alimentare globale, a partire innanzitutto dai consumatori. Il messaggio è chiaro: “One Earth, One Health”. Tutto è connesso.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Le Arene estive di Cinema a Roma

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