One Second, di Zhang Yimou

Zhang Yimou torna al periodo della rivoluzione culturale, con una storia di paternità e di “cinema”, in cui traspare l’amore e la nostalgia per la materialità fragile e testarda della pellicola

One Second era stato annunciato in programma alla Berlinale del 2019. Poi, per indefiniti e misteriosi “motivi tecnici”, era stato ritirato poco prima che iniziasse il festival. E subito si era vociferato di problemi di censura, per questo ritorno di Zhang Yimou allo scottante periodo della rivoluzione culturale maoista, che aveva segnato la sua giovinezza. Non si sa quanto sia cambiato rispetto alla versione originaria, ma comunque, dopo essere uscito in Cina nel novembre 2020, e dopo aver avuto una prima internazionale a Toronto, ecco che One Second sbarca alla Festa del cinema di Roma. Nel frattempo Zhang Yimou è andato avanti, con Cliff Walkers, una spy story ambientata all’epoca dell’invasione giapponese in Manciuria, e con un altro film di guerra, Ju Ji Shou (Sharp Shooter), diretto con la figlia Zhang Mo. Due lavori produttivamente più complessi, a riprova di come la fortuna del regista non sia certo venuta meno. Ma rimane comunque il caso di un film quanto meno controverso.

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Ma cos’è questo one second? È, letteralmente, un secondo, poco più, poco meno, di un cinegiornale governativo, in cui compare la figlia del protagonista, Zhang Jiusheng, fuggito da un campo di lavoro forzato proprio per poter veder proiettati quei pochi fotogrammi. Da anni ha perso i contatti con la famiglia e per lui quelle immagini hanno un valore affettivo inestimabile. Si avventura, perciò, nel furto di un rullo di pellicola destinato a esser proiettato nella “seconda unità”. Ma deve contenderselo con una ragazzina, l’orfana Liu, che ne ha bisogno per farne una lampada per il fratellino e per liberarsi da un gruppo di teppisti. Tutta la prima parte del film è, così, una rocambolesca e avventurosa vicenda di passaggi di mano, di sottrazioni, dispetti, inseguimenti. Qualcosa tra il racconto picaresco e la commedia slapstick. Ma, a poco a poco, quando si scoprono le motivazioni dei protagonisti, il tono emotivo sale. Fino ad arrivare all’epica ricostruzione di una proiezione impossibile, guidata dal “leader” Mr. Movie, il migliore proiezionista del collettivo, che guida il delicato lavoro di pulitura della pellicola di cinegiornale e il recupero di tutte le bobine di Heroic Sons and Daughters, il film del 1964 di Wu Zhaodi.

È qui che Zhang Yimou può mostrare tutta la potenza di fuoco del suo cinema, la sua capacità di inquadrare e regolare la massa, di trovare l’accordo perfetto tra corpi e spazi. Fino a quel momento, si tiene lontano dalla magniloquenza e dalla complessità compositiva a cui è abituato. Rimane concentrato sulle azioni, sulle traiettorie delle fughe e degli inseguimenti, sullo sfondo di un paesaggio desertico, desolato. Ma nelle sequenze nella “sala” gremita, espande il suo raggio dalla dimensione individuale a quella comunitaria. Le immagini di propaganda di Wu Zhaodi giganteggiano e incantano un pubblico anonimo, relegando quasi all’indifferenza dei margini le azioni di disturbo, i conflitti, le risse e tutte le questioni personali. Mentre la trama di padri e figli ritovati di Heroic Sons and Daughters sembra risuonare nelle vicende di Zhang Jiusheng e della piccola Liu, come se queste fossero solo un riflesso particolare di una storia già cristallizzata nella dimensione ideale delle immagini. Il cinema, in qualche modo, trapassa e oltrepassa le storie, le sospende. Il proiettore continua a girare, anche quando la concitazione prende il sopravvento.

È in questo sguardo “archeologico”, in questo amore per la materialità fragile ma testarda della pellicola, con le ferite, le cesure (e censure) dei fotogrammi, che Zhang Yimou mostra la sua vena migliore, mettendo tra l’altro in evidenza la relazione pericolosa tra valore politico e valore affettivo delle immagini, tra la loro retorica e le “verità” della storia. Ma è anche il punto in cui diventano palesi alcune ambiguità di sguardo. Perché se, di certo, Zhang Yimou non è tenero nel mostrare il clima di fatica, paura e delazione del periodo della rivoluzione culturale, quando si abbandona a una nostalgia e a una fascinazione fanciullesca per un’idea “antica” di cinema, come esperienza collettiva e magica, sembra poter edulcorare quasi ogni conflitto. Si avverte un che di compromissorio, anche nell’artificiosità forzata del finale. Ma, forse, è un peccato veniale.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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