Oneohtrix Point Never: Age of… e l’internet addiction

È passato già un anno da quando Daniel Lopatin, al secolo Oneohtrix Point Never, artista influente nella scena della musica elettronica contemporanea, dava alla luce nel giugno scorso Age of…, la sua ultima sconvolgente fatica. Se è vero l’assunto di Heidegger per il quale la Tecnica è la grande potenza levatrice del mondo, sicuramente possiamo individuare nella Rete il più grande acceleratore che la Storia abbia mai conosciuto. In un simile contesto, anche solo un anno può sancire il superamento tanto di tecnologie quanto di frutti del lavoro intellettuale.
Capita però che alcune sensibilità, non soffermandosi ad una infruttuosa seppur lucida osservazione del presente, parlino con tanta efficacia del nostro tempo e al nostro tempo da sottrarsi alla precoce usura delle lancette digitali.
Reduce dalla composizione della straordinaria colonna sonora di Good Time, con Age of…Lopatin ci consegna un lavoro dalla forte componente narrativa, a volte respingente, ma che dice così tanto del modo in cui esperiamo la realtà da diventare anche manifesto dell’economia delle immagini di questo secolo.
D’altronde l’accostamento tra le note distorte dell’artista americano e l’audiovisivo non è peregrino: Lopatin è infatti un alfiere del Post-internet, quella corrente artistica che abbracciando musica, fotografia, grafica e video-arte da un lustro inquadra con sguardo cinico e con una lente deformante l’umanità perennemente connessa al flusso del web.

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Proprio con Jon Rafman, visionario video-artist Post-internet, Lopatin firma da anni un sodalizio che è il punto più alto di questa produzione fatta di sovraimpressioni, elaborazioni 3D, collage di CGI rudimentale e macabre immagini pescate dal deep web o da Google Street View. Un arsenale sterminato dell’immaginario contemporaneo che Oneohtrix Point Never amalgama a suon di sinth, dando voce al senso di smarrimento che scaturisce da un bombardamento di questa portata.
Un sentimento che nelle tracce di Age of… trova una potenza espressiva devastante anche senza l’ausilio delle immagini ma che proprio sul regime delle immagini riflette dichiaratamente fin dai titoli di alcuni pezzi; si pensi a myriad.industries, acronimo di internet addiction desorder. Sembra una dichiarazione d’intenti laddove l’ascolto dell’intera opera ci fa piombare in un guazzabuglio di suoni diversissimi che si fa facilmente epitome della pluralità di input, nella fattispecie uditivi ma che sono soprattutto visivi, con la quale la Rete ci pungola in ogni momento: Instagram, Youtube, infine Netflix. Diventa infatti impossibile non chiamare in causa l’altra imprescindibile fucina di immagini e immaginari perfettamente integrata nella corrente continua digitale che è la piattaforma di streaming on demand più famosa al mondo.
Ed è proprio qui che troviamo un altro testo fondamentale della contemporaneità.

Your name., film d’animazione di Makoto Shinkai parte da un assunto potente: i due ragazzi protagonisti Taki e Mitsuha sono uniti da un legame sovrannaturale grazie al quale si scambiano i corpi ogni mattina, vivendo alternativamente uno la vita dell’altra. L’aspetto che balza all’occhio, tuttavia, non è la peculiare versione che Shinkai offre del mélo contemporaneo, ma la natura della connessione fra i due protagonisti.
Per Mitsuha, imbrigliata nell’esistenza monotona della provincia rurale tradizionalista in cui vive, poter guardare il mondo con gli occhi di Taki, abitante di Tokyo, significa innanzitutto poter fare esperienza di un punto di vista completamente diverso sulla vita, più febbricitante e caotico, oltre ad essere una porta d’accesso privilegiata nell’intimità di un’altra persona. È una connessione che trascende lo spazio, connettendo i due giovani anche a chilometri di distanza; ma, come scopriamo con l’avanzare della storia, questo legame supera anche il tempo perché Mitsuha è morta tre anni prima le vicende raccontate, in seguito al drammatico impatto di una piccola meteora sul suo paese.
Il parallelismo metaforico con le interazioni via social network risulta fin troppo evidente ma raschierebbe appena la superfice della riflessione che Shinkai propone. Sarebbe un peccato non cogliere la mano tesa dall’autore di questa piccola perla d’animazione, che ci invita a indagare le modalità con le quali il mondo digitalizzato ha modificato irreversibilmente le nostre modalità di fruizione delle immagini.
Come accade a Taki, sono innumerevoli le Mitsuha con le quali entriamo in contatto ogni giorno tramite i nostri dispositivi, proprio perché sono infinite le tracce che lasciamo su quell’enorme pergamena ipertestuale che è il web 2.5; talmente numerose e fuori controllo da rendere complicata anche una decodificazione delle traiettorie temporali di tutto ciò che è a portata di click.
Questo concetto si manifesta in tutta la sua disarmante chiarezza perfino scegliendo il tempo verbale con cui parliamo della pellicola presa in esame: il film è del 2016, ma è disponibile in ogni momento sul catalogo Netflix. C’è chi l’ha visto appena uscito, chi lo vedrà l’anno prossimo, chi l’ha già dimenticato, chi ne riguarderà degli spezzoni in un loop infinito; ma allora bisogna usare il passato o il presente storico? La storia di Taki e Mitsuha ci è stata raccontata due anni o due giorni fa? Ieri o oggi (o domani)?

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La difficoltà nel mappare le coordinate della nostra memoria collettiva ha spesso spinto gli studiosi a tracciare un parallelismo tra l’oscurantismo culturale proprio del Medioevo, causato dalla mancanza di nozioni, e quello della nostra epoca, paradossalmente satura di informazioni.
L’intuizione di riconoscere nell’età contemporanea una sorta di Medioevo digitale ci riporta, infine, lì dove tutto è iniziato, nell’universo sonoro psichedelico di Daniel Lopatin. Non può che essere infatti figlio di questa intuizione il concept di Age of… in cui l’artista americano immagina e racconta in note la storia futura dell’umanità, delineandola con un percorso a ritroso in cui, partendo dal Medioevo, l’uomo rivive tutte le fasi della propria storia intrappolata in una spirale di grigiume degenerativo e senza ritorno. L’album mischia sonorità elettroniche con timbri come quelli del clavicembalo capaci di proiettare l’uditore in scenari bucolici incontaminati, fino ad arrivare nei meandri soffocanti di una nuova società post-industriale. Il viaggio intrapreso in Age of… si fa ostico quando i miasmi evocati da suoni pesantemente distorti diventano asfissianti dopo l’idillio da digital-folklore dei primi brani.
L’approccio di Lopatin viene fuori con prepotenza nello stesso momento in cui il sovraccarico di note e strumenti pone interrogativi sull’inflazione del loro stesso senso. Un interrogativo posto scientemente, senza la pretesa di fornire una risposta ma con un’enorme consapevolezza del proprio interlocutore. È un percorso in cui l’autore sembra prenderci per mano per fare insieme la stessa strada, smarriti alla ricerca dell’ultima immagine conosciuta di una canzone.

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