Orson Welles arriva su Netflix. E’ la quadratura di un cerchio

L’odissea di The Other Side of the Wind di Orson Welles sembra essere conclusa. A porre la parola fine alle peripezie che da oltre quaranta anni rincorrono l’opera del regista statunitense è stato Netflix che ha raggiunto finalmente l’accordo per portare a termine il montaggio del film. 1.083 bobine verranno prelevate così dalla cassaforte di Parigi, dove sono attualmente conservate, e verranno sviluppate principalmente dal trentanovenne Filip Jan Rymsza e da Peter Bogdanovich, attore del film ed amico di Welles. “Questa volta non ne uscirà sconfitto, ce la faremo. Non riesco ancora a crederci, ma dopo 40 anni di tentativi, sono davvero grato per la passione e la perseveranza con cui Netflix ci ha concesso, finalmente, di poter entrare in sala di montaggio per finire l’ultimo film di Orson” ha dichiarato Bogdanovich facendo riferimento ai numerosi tentativi che negli anni precedenti sono stati fatti per portare in sala il film. L’ultimo era stato promosso qualche anno fa da Wes Anderson e Noah Baumbach che avevano proposto una campagna di crowfinding via web che non ha raggiunto però l’obbiettivo sperato (archiviati solo 400.000 dollari, la metà del budget necessario). Le problematiche finanziarie di The Other Side of the Wind sono legate principalmente al lavoro necessario per montaggio che richiede delle tempistiche molto lunghe a causa della la costruzione stessa del lungometraggio, basata su formati cinematografici completamente diversi tra di loro. Alcuni fotogrammi infatti si presentano a colori, altri in bianco e nero, alcuni sembrano essere interviste a fini documentaristici, altri nudi provocatori e non narrativi. Le volontà di Welles su come mettere insieme le diverse sequenze pare siano state raccolte dai suoi collaboratori in varie interviste che rivelano come in realtà l’unico scopo che si era prefissato il regista era quello di creare un film del tutto anarchico. Un film nel film che raccontasse l’avvento della New Hollywood, da cui lui si sentiva bannato, ed al tempo stesso ponesse l’accento sulla mercificazione dell’immaginario visivo e sulla società dello spettacolo. La conclusione, dunque, di un discorso artistico iniziato con il folgorante esordio di Quarto Potere e portato all’estremo negli ultimi anni della sua carriera. Per farlo aveva preso come protagonista un fittizio regista anticonformista e d’avanguardia, interpretato da John Huston, tale J.J. “Jake” Hannaford e vagamente ispirato allo scrittore Ernest Hemingway, che torna dal suo esilio volontario in Europa per girare un ultimo film a Hollywood. Durante la festa di presentazione del progetto gli invitati raccontano le loro avventure e girano loro stessi dei filmati, i quali diventeranno poi il materiale utilizzato nella pellicola finale. Un prototipo del suo obbiettivo può essere scorto dalle uniche testimonianze visive che si trovano sul web, ovvero quelle presentate dallo stesso Welles in occasione della consegna di un premio all’American Film Institute nel 1975.

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Tanti hanno interpretato questo tentativo del regista di mettere insieme varie forme dell’espressione visiva come un testamento che raccogliesse tutto ciò che del cinema amava ed aveva imparato a sfruttare. E’ stato detto che questo doveva essere il suo 8 e mezzo, un manifesto dunque di una decadenza incombente e di un congedo da una certa maniera di pensare l’arte. In realtà, da quanto si può intuire dai materiali filmici e dalla riflessioni scritte su The Other Side of the Wind, il film sembra piuttosto un’analisi lucida di dove il cinema stia arrivando. Si cerca di formalizzare, quindi, la massima dissociazione del punto di vista e la relativizzazione dell’immagine che era la forma espressiva che Welles cercava di mettere a punto già nei suoi anni televisivi. I suoi inizi sul piccolo schermo negli anni ’50 con prodotti come Orson Welles’ Sketch Book e Around the World with Orson Welles, sfruttavano la forma del racconto prettamente orale, nel primo caso, e del viaggio itinerante, nel secondo, per poi confluire con le forme ibride di due episodi pilota la cui produzione poi non si è mai conclusa: The Fountain of Youth e Portrait of Gina. Uno dovrebbe essere fiction, l’altro documentario, ma i due si influenzarono a vicenda tanto da far perdere la linea di demarcazione tra i generi di entrambi. Se si arriva agli anni in cui è stato girato The Other Side of the Wind (1970-1976) si nota come Welles fosse impegnato contemporaneamente anche nella produzione televisiva di Orson Welles’Bag, una serie di puntate dedicate a varie città europee che dovrebbero fungere da momenti didascalici, in realtà sono contaminati da elementi nonsense e fantasmagorici. E’ come se il mezzo televisivo gli avesse fornito la possibilità di indagare meglio il flusso delle immagini e la loro collazione, sfruttandone la velocità ed al tempo stesso i tempi più dilatati.

Contenuto non disponibile
Consenti i cookie cliccando su "Accetta" nel banner"

Sembra quasi profetico, dunque, che il suo ultimo film verrà prodotto da una piattaforma streaming che con il suo servizio introduce la possibilità dello spettatore di spaziare all’interno dei generi, dei tempi e di crearsi un proprio percorso ibrido. La politica delle produzioni originali Netflix, infatti, si è dimostrata da sempre proprio quella di non rimanere fossilizzata su un unico percorso ma di cercare di coprire tutti gli ambiti offerti dalla rete delle immagini e, soprattutto, fornire un’alternativa valida alla standardizzazione del cinema hollywoodiano. Quello che insomma Welles aveva tentato di fare con i suoi ultimi film, in particolare con quelli incompiuti, nei quali piuttosto che riversare un contenuto in una forma, cercavDon Chisciottea di approfondire le varie potenzialità di quest’ultima. Ecco perché solitamente viene indicato il periodo tra il 1970 e 1985 come il momento della produzione di Welles dove vengono eliminati i confini tra televisione e cinema, tra fiction e documentario. Una resa ed un adattamento ai tempi che cambiano che programmaticamente combacia con la fine delle riprese di Don Chisciotte in cui la celebre lotta contro i mulini a vento diventa metafora della battaglia effimera contro la modernità. La copia lavoro fornita dalla Cinémathèque française qualche anno fa ha mostrato delle scene emblematiche di questa riflessione con un moderno Sancho Panza che rimane ipnotizzato da una televisione che non viene mai inquadrata integralmente. Una piena accettazione di Welles del nuovo mezzo che confluisce con la produzione dei suoi anni successivi quando si può trovare, per esempio, un esperimento tv dal titolo The Orson Welles Show (1978) dove viene costruito uno studio televisivo sul modello del talk show in cui invitare ospiti ed amici (tra cui i Muppets) per parlare di cinema e recitazione, accanto al celebre e folle film-saggio F for Fake, forse vero e proprio emblema di questo capitolo della sua filmografia.

Provocatoriamente, dunque, solo i materiali prodotti da Welles in quindici anni potrebbero esaurire l’assortimento di un buon catalogo Netflix con serie TV, talk show, fiction e documentari. E questa accettazione del cambio frenetico di prospettiva avrà proprio nella conclusione del montaggio definitivo di The Other Side of the Wind la sua bandiera, nel riuscire a chiudere, e quindi a formalizzare, un film che in una scena di 4 minuti vanta 500 inquadrature e tre stili diversi. L’impressione è che con questa (casuale?) collocazione dell’incompiuto di Welles, il regista possa finalmente trovare nel pubblico della rete un destinatario idoneo alla sua idea anarchica di cinema. Aspettare quarant’anni sarà servito dunque a far quadrare il cerchio rispetto a ciò che il regista già aveva intuito in tempi non sospetti, ovvero dove avrebbe tirando il vento.