#Oscars2016 – Que viva Mexico! Chi fermerà The Revenant?

Nella stagione 2006/2007 tre cineasti della New Wave messicana si incontrarono a Los Angeles per la notte degli Oscar. Erano Guillermo Del Toro, Alfonso Cuaròn e Alejandro G. Iñárritu. Tutti e tre avevano delle candidature per i loro film, rispettivamente Il labirinto del fauno, I figli degli uomini e Babel. All’epoca vennero soprannominati dalla stampa americana i tre amigos e si pensava che per loro fosse l’inizio di una promettente scalata hollywoodiana. In effetti è andata proprio così. Da allora Del Toro – particolarmente legato al cinema di genere – ha diretto Pacific Rim e Crimson Peak, Cuaròn ha firmato Gravity ottenendo 8 Academy Award e l’anno scorso Iñárritu ha vinto cinque statuette per Birdman. Il cinema messicano ma in particolar modo questi ultimi due cineasti in un modo o nell’altro in questi anni stanno dominando la scena artistica e industriale del cinema mondiale e la conferma di questo successo arriva anche dalle candidature di questa 88° edizione, fagocitate proprio da The Revenant che con 12 nomination è il grandissimo favorito per la vittoria finale. Se così fosse per Iñárritu si tratterebbe del secondo Oscar consecutivo, un privilegio concesso in passato solamente a John Ford e a Joseph Mankiewicz. Se aggiungiamo anche i premi dello scorso anno come sceneggiatore e produttore di Birdman parliamo di una scalata degna dei più grandi di tutti i tempi. Francamente ci sembra eccessivo, ma dopo le mancate candidature per la miglior regia a Steven Spielberg, Ridley Scott, Quentin Tarantino e anche Todd Haynes – il cui Carol è stato al centro in questa rivista di un controverso perché sì/perché no) – ci sembra difficile non prevedere una nuova vittoria per il messicano. A meno che l’Academy non decida di fare un gesto folle e “rivoluzionario” premiando lo straordinario George Miller di Mad Max Fury Road. Il film del regista australiano con 10 nomination ha confermato le sue enormi qualità tecniche e spettacolari, con cui aveva già ammaliato pubblico e critica. In un mondo perfetto meriterebbe probabilmente di prendersi l’intera posta.

Che cosa ci dicono questi Oscar? Chi può arrestare il cammino di The Revenant? Oltre alle grandi produzioni dai budget elevati abbiamo un manipolo di piccoli film che hanno le loro chance e che evidenziano il rigore morale e drammaturgico di un cinema indipendente incentrato su temi importanti. Ad esempio Spotlight di Tom McCarthy, lezione di cinema e giornalismo nel solco di Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, che

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Christian Bale in The Big Short, di Adam McKay

Christian Bale in The Big Short, di Adam McKay

avevamo già apprezzato allo scorso festival di Venezia e racconta l’indagine che nei primi anni 2000 portò a scoperchiare lo scandalo dei preti pedofili a Boston. Oppure The Big Short (La grande scommessa), approfondita e sarcastica denuncia su Wall Street e la crisi economica dei mutui del 2007, che forse è – insieme al sopravvalutato Room di Lenny Abrahamson – la vera sorpresa di questa edizione.

Il film americano più bello e importante dell’anno è probabilmente Il ponte delle spie di Steven Spielberg. Ha sei nomination tra cui quelle per il miglior film, attore non protagonista e sceneggiatura, ma potrebbe paradossalmente non vincerne neppure uno e sarebbe uno scandalo inconcepibile. A conti fatti i veri sconfitti della giornata sono The Hateful Eight di Quentin Tarantino, Steve Jobs di Danny Boyle e Sicario di Denis Villeneuve, quest’ultimo davvero uno dei più grandi film dell’anno. Anche il cinema afroamericano meritava qualcosa in più. Straight Outta Compton era un film amatissimo in America su cui la Universal aveva fatto una campagna molto decisa, con la convinzione di poter entrare nelle nomination più importanti. Si è dovuta accontentare di quella per la sceneggiatura. Anche Creed di Ryan Coogler ha avuto solo la candidatura “bianca” di Sylvester Stallone – che speriamo possa tramutarsi in un premio. In generale gli attori di colore non sono stati presi in considerazione: fuori Will Smith per Concussion e soprattutto Idris Elba per Beasts of no Nation di Fukunaga. Lo scorso anno c’erano state critiche sul trattamento che l’Academy aveva riservato a Selma di Ava Duvernay e in molti siti e riviste americane questo tipo di polemica sta già imperversando. Sembra passata una vita dall’Academy vinto nel 2014 da 12 anni schiavo.

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L’elenco delle nomination