Oscar 2023 – Il multiverso di Hollywood

Di tutto di più. Dal blockbuster al cinema d’autore le nomination degli Academy Award ci mostrano una Hollywood multiverse che ha bisogno di mescolare generazioni e spazi di cinema differenti.

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Dove sta andando il cinema? Che cos’è diventato il cinema, oggi? E gli Oscar che significato possono avere in un momento storico in cui i film continuano a essere visti in modi diversi, ma non necessariamente in sala, e dove le giovani generazioni preferiscono magari le serie tv o i video su Tik Tok piuttosto che andare a vedere The Fabelmans? In un articolo di un mese fa intitolato Is the Oscar Movie really dying? la blogger Sasha Stone osservava come da almeno dieci anni gli Academy Award si fossero chiusi in un circolo elitario, sempre meno attento ai gusti del pubblico e condizionato da una woke culture fin troppo ossessionata dall’inclusività e da macro-argomenti come il #metoo e il razzismo. Stone, tirando in ballo anche la crisi delle sale del post-Covid e la presenza sempre più massiccia delle piattaforme tra i film candidati, con toni fin troppo nostalgici auspicava a un ritorno dell’Academy a un cinema pensato per un pubblico medio, non intellettuale o elitario, un cinema capace di “far star bene” lo spettatore durante la visione. Si augurava la nomination per sequel come Top Gun: Maverick e Avatar: la via dell’acqua.

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Ed è così che è andata. Dei dieci film candidati come miglior film almeno quattro (Avatar: la via dell’acqua, Top Gun: Maverick, Elvis ed Everything Everywhere all at Once) hanno sfondato il muro dei cento milioni di dollari di incasso. L’Academy Award sembra quindi aver recepito il messaggio di un’industria in difficoltà bisognosa di pubblico e di telespettatori – lo share della diretta televisiva della notte degli Oscar negli ultimi anni era colato a picco. Addirittura fino a ieri e alla nomination di Maverick come miglior film bisognava tornare indietro di 26 anni e risalire a Jerry Maguire di Cameron Crowe per vedere un titolo interpretato da Tom Cruise candidato all’Oscar. Chi ci segue sa già che è un attore/produttore e un sequel che abbiamo molto amato e che insieme a Elvis di Baz Luhrmann – altro grande protagonista nelle nomination annunciate ieri a Los Angeles da Ariz Amhed e Allison Williams – ha in qualche modo propiziato la cover story del numero 12 della nostra rivista cartacea dedicata allo star system. Che Hollywood sia tornata alla “antica” Hollywood delle star? L’eroe Cruise, l’icona Presley rivisitata da Luhrmann e dalla grande interpretazione di Austin Butler e persino la versione di Marilyn Monroe fornita da Ana de Armas in Blonde, film molto controverso ma comunque candidato per la miglior attrice, indicherebbero proprio un filo diretto con il cinema del passato, quello delle star. Ma in realtà il quadro emerso da questa interessante annata cinematografica è ben più complesso perché la maggior parte dei film entrati in nomination sono profondamente figli del loro tempo e di una post(post)modernità che ne fanno opere concettuali adatte tanto per il grande pubblico quanto per i teorici dell’immaginario.

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Pensiamo al titolo rivelazione, con undici candidature, Everything Everywhere all at Once di Daniel Kwan e Daniel Scheinert. È il film di maggior successo nella storia della casa di produzione indipendente A24. Ed è un vero e proprio concentrato di generi cinematografici e stili di regia. Everything Everywhere omaggia l’action di Hong Kong e la cultura anni ‘80 ed è fatto, come scrive il nostro Simone Emiliani “di spettri che compaiono e si dissolvono”. E quindi ecco un’opera capace di mettere insieme generazioni e spazi di cinema differenti. Un film “multiverso sul multiverso” che è lo specchio fedele dell’eterogeneità dell’audiovisivo contemporaneo.  E quindi alla fine questa edizione degli Oscar, capace di mescolare la psichedelia ecologista in 3D di Avatar: la via dell’Acqua con il beffardo cinismo della Palma d’oro Triangle of Sadness, è veramente l’edizione intellettual-democratica multiverse. Qui c’è posto per tutti. Abbiamo l’autobiografia di Steven Spielberg (The Fabelmans) e l’asino di Skolimowski (EO) che rimanda a Bresson, l’impeccabile scrittura/recitazione de Gli spiriti dell’isola e la complessa ambiguità di Tàr. Fino ad arrivare alle nove nomination per Netflix con il tedesco Niente di nuovo sul fronte occidentale di Edward Berger, sorprendente adattamento del libro di Erich Maria Remarque sulla Prima Guerra Mondiale e uno dei migliori film dell’anno, capace, in tempo di guerre europee mediatiche, social e ideologizzate, di riportare il war-movie a una dimensione materica, escrementizia, funerea e quindi sanamente pacifista. Di tutto di più. O anche… everything everywhere all at once.

 

Tutte le nomination

La corsa all’Oscar di Everything Everywhere all at Once

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