#Oscars2017 – 13th, di Ava DuVernay

Nel gennaio del 1865, con 119 voti favorevoli (due in più del quorum di 2/3 necessario) il Congresso degli Stati Uniti approvò un emendamento alla Costituzione, il tredicesimo, che avesse il potere di abolire la schiavitù, ad eccezione delle forme di detenzione punitiva per determinati reati, liberando cosi centinaia di migliaia di neri dal giogo sudista. Il lungo e complicato iter legislativo dell’emendamento e la sua epifanica approvazione sono stati magnificamente descritti nel film Lincoln di Steven Spielberg e, storicamente, segnarono la svolta politica che decise la Guerra Civile tra Unione e Confederazione. Il tredicesimo emendamento, nonostante abbia portato alla morte del presidente Lincoln per mano del codardo John Wilkes Booth, è considerato la vetta legislativa e morale della sua amministrazione e, soprattutto, uno dei momenti più alti della storia politica americana.

Il film di Spielberg, chiudendosi sulle parole del sedicesimo presidente, rievocate sul suo capezzale, lascia però in sospeso una domanda che, a più di 150 anni da quei giorni, continua a riecheggiare: com’è cambiata la situazione delle comunità afroamericane? Ava DuVernay con 13th (presentato come film d’apertura all’ultimo New York Film Festival) prova a rispondere alla questione realizzando un documentario che apre una finestra cruda e intellettuale, sulle piaghe sociali dell’America contemporanea. Prendendo le distanze dall’esibizionismo ideologico di Michael Moore, la regista realizza quasi il sequel del suo Selma, delineando un percorso che, dalle piantagioni del Sud passando per le Pantere Nere, le marce dei diritti civili, Martin e Malcolm, è arrivato alla politica segregazionista (più o meno nascosta) di oggi.13th DuVernay, con sincerità, indica i colpevoli e attacca le amministrazioni repubblicane capaci di usare il sistema carcerario, prima come arma di soppressione, poi come strumento di guadagno. E’ evidente che i bersagli politici dell’operazione sono i presidenti repubblicani come Nixon e Reagan, e i “falsi amici” come i Clinton, risparmiando dall’inventiva, praticamente il solo Obama.

Muovendosi tra le interviste e gli interventi di esponenti conservatori, politici democratici, intellettuali e militanti di organizzazioni per i diritti civili, DuVernay crea un itinerario storico-politico ben definitivo, con una tesi di base chiara e decisiva: la schiavitù non è mai finita. Certo, non esistono più i personaggi osceni come il Fassbender di 12 anni schiavo, incubi del passato, ma le condizioni sociali attuali (imposte dalle istituzioni?), i dati sul numero crescente di carcerazioni o sull’impressionante dislivello tra detenuti neri e bianchi e  la legislazione mortificante voluta dalle derive giustizialiste (la fatidica legge del terzo reato, “three strikes and you are out”) sono per la regista segni evidenti di una persecuzione sociale, di un programma razzista e iper-capitalista che ha sempre visto, e sempre continuerà a farlo, la comunità afro come forza lavoro da sfruttare, carne da cannibalizzare, merce da sprecare. Soprattutto perchè la confezione di 13th è vicina più all’ottima inchiesta televisiva che al cinema, il messaggio della DuVernay arriva al pubblico con tutta la sua forza, continuando una sua personale missione artistica/sociale che si sta formando su un impegno civile ammirevole.