#Oscars2017 – I tempi sono cambiati

L’89sima edizione degli Academy Award si è chiusa con un colpo di scena inimmaginabile, degno di Alfred Hitchcock o del miglior Shyamalan – che infatti su Twitter ci ha subito scherzato su, attribuendosene la paternità. Una busta sbagliata ha messo in confusione i premiandi Warren Beatty e Faye Dunaway, proprio la coppia di fuorilegge che con Gangster Story dettero origine alla New Hollywood nel lontanissimo 1967. Per quasi cinque minuti i produttori e il cast di La La Land sono così saliti sul palco in diretta mondiale a ringraziare parenti, amici e membri dell’Academy, salvo poi scoprire nell’imbarazzo generale che l’Oscar per il miglior film dell’anno è andato a Moonlight. Era dall’edizione del 2005 che un film vincitore di Golden Globe, Bafta, Pga e Dga non arrivava a centrare il premio più ambito. Allora il mélo omosessuale Brokeback Mountain venne clamorosamente sconfitto sul filo di lana da Crash di Paul Haggis e furono in tantissimi a ritenere quella scelta figlia della Hollywood meno progressista e più omofobica. Dodici anni dopo la comunità LGBT sembra essersi presa la sua rivincita quasi con la stessa moneta. Pensare che il racconto di formazione gay afroamericano diretto da Barry Jenkins potesse insidiare il musical del giovane Damien Chazelle era francamente impossibile e finisce con il rendere questo 2017 un’edizione storicamente memorabile per tutta una serie di motivi.
Vediamo quali:

1. Moonlight diventa ufficialmente il primo film a tematica omosessuale a vincere l’Academy Award, a meno che non consideriamo – ed è lecito farlo – Un uomo da marciapiede di John Schlesinger, premiato nel 1969, un antesignano del cinema gay. Non solo. È anche la prima volta che a vincere è un’opera diretta da un regista di colore statunitense. Nel 2014, infatti, 12 anni schiavo era firmato da Steve McQueen, un nero di origine britannica. Sembrerebbe un dettaglio secondario ma non lo è. Jenkins, 37 anni, a modo suo è davvero il piccolo discepolo di una tradizione black tutta americana che attraversa Van Peebles, Spike Lee e John Singleton e questo Oscar è probabilmente più importante e più americano di quello al film di McQueen.

2. Il trionfo ben oltre le nostre previsioni della frangia afroamericana, che già in fase di nomination aveva denunciato un cambio di rotta rispetto alle controverse edizioni precedenti. Quest’anno gli Oscar sono stati senza dubbio #SoBlack, scatenando persino qualche polemica al contrario. Lo shock della presidenza Trump – più volte chiamato in causa da Jimmy Kimmel e da alcuni protagonisti – si è riversata in una serie di riconoscimenti più o meno meritati, ma di chiara impronta politica. Si veda su tutti il premio al miglior film straniero assegnato per la seconda volta in carriera all’iraniano Asghar Farhadi per Il cliente, che, come era nelle previsioni, non è atterrato a Los Angeles in aperta polemica contro il MuslimBan. Mentre la grande interpretazione da non protagonista di Mahershala Alì (Moonlight) incorona per la prima volta un attore musulmano.

3. La presenza massiccia di Netflix e Amazon tra i film candidati e tra quelli la-la-land-moonlight-oscar-mixuppremiati. Le due nuove piattaforme produttive sono attivissime e raccontano di un mercato che si sta trasformando e che sta velocemente interessando anche l’elite del cinema internazionale.

4. La popolarità di un film non è più un valore aggiunto per la vittoria finale. Questa è forse la rivoluzione più importante e su cui in pochi stanno riflettendo. Quest’anno il paragone tra La La Land e Moonlight era davvero impari. Con gli oltre 340 milioni di dollari il film di Chazelle era largamente in testa alle classifiche americane e si presentava come il candidato con gli incassi più alti. Fino a una decina di anni fa questo status sarebbe ampiamente bastato per dominare la serata, ma da qualche edizione non è più così. Nel 2009 iniziò The Hurt Locker che con sei statuette e soli 17 milioni di dollari incassati ebbe la meglio sul colosso Avatar (740 milioni di dollari). Nel 2014 il campione d’incassi era Gravity ma l’Oscar per il miglior film andò a 12 anni schiavo, mentre l’anno scorso un film solido ma non di grande successo commerciale come Il caso Spotlight vinse a sorpresa sul quotatissimo The Revenant che aveva dalla sua un budget costoso, ottimi incassi e una star come Leonardo Di Caprio. Moonlight con il suo investimento da un milione e mezzo era il titolo meno ricco tra i candidati, eppure questo non gli ha impedito di prendere i voti necessari per vincere sul filo di lana. Forse dipende anche dai sistemi di votazione introdotti negli ultimi anni o dai gusti dei giurati che in una certa misura sono cambiati e “ringiovaniti”, resta il fatto che film più piccoli, come anche quelli con i temi più riconoscibili e “nobili” – lo schiavismo, la pedofilia, l’omosessualità – hanno sempre più possibilità di giocare ad armi pari con le grandi produzioni e contro i gusti delle masse.

In filigrana si intravede di nuovo una distanza tra Hollywood e la gente che va al cinema. Se da un lato l’attenzione al cinema indipendente sembra eliminare barriere economiche e culturali che per decenni hanno paralizzato il mondo hollywoodiano, dall’altra potrebbe assecondare un sottile snobismo autoriale di stampo vagamente europeo che un tempo nell’industria a stelle e strisce era molto meno riconoscibile. Ma c’era da aspettarselo. Se è cambiata l’America, perché non dovrebbe esserlo anche Hollywood?