#Oscars2018 – Guadagnino style

Ce lo aspettavamo da mesi, ma oggi ne abbiamo la certezza. Luca Guadagnino con il suo Call me by your name e le quattro nomination appena ricevute agli Academy Award ha conquistato Hollywood. Non ancora l’Italia in verità, dove il film uscirà tra un paio di giorni nel silenzio, fino a questo pomeriggio, piuttosto assordante dei media nazionali e “istituzionali”. Chissà se da stasera si riuscirà a parlare anche da noi di questo film – anche se in rete tra i “critici” il discorso è un po’ diverso – la cui fama tra festival internazionali e riconoscimenti vari, si è costruita nell’arco di un anno, a poco a poco, a partire dalla presentazione berlinese nella sezione Panorama Special. Una campagna promozionale, coordinata dalla Sony, lenta e intelligente che ha saputo valorizzare le qualità del film e di un cineasta tanto amato dagli anglosassoni già ai tempi di Io sono l’amore, quanto sostanzialmente incompreso in Italia da critica, pubblico e addetti ai lavori – a oggi neanche uno straccio di nomination ai David di Donatello, per intenderci, ma siamo pronti a scommettere che da domani saranno in molti a salire sul carro del vincitore.

 

Alcuni giorni fa a molti aveva fatto effetto vedere Paul Thomas Anderson – il suo Phantom Thread è probabilmente il vero vincitore di queste nomination, ma ci torneremo – segnalare Call me by your name come film preferito del 2017. Eppure il regista californiano è solo l’ultimo nome di una lista che comprende il cileno Sebastian Lelio – il cui Una mujer fantastica è candidato come miglior film straniero – Pedro Almodovar e Bret Easton Ellis che in un elogio pubblicato su Out indica Call me by your name come “il film che intere generazioni di uomini omosessuali stavano aspettando”, contrapponendolo a Brokeback Mountain e Moonlight (vincitore dell’Oscar lo scorso anno). Per Ellis l’opera di Luca Guadagnino è “l’espressione più completa e meno condiscendente del desiderio gay mai rappresentata in un film mainstream”. Considerazioni che sono state oggetto di discussione in un articolo-risposta di Ben Ratsktoff, che per parte sua ritiene Call me by your name totalmente privo di una identità queer. Appassionante o meno è un dibattito che ancor prima di sapere quante statuette riuscirà a portare a casa il prossimo 3 marzo, sembrerebbe consegnare il film di Guadagnino già alla statura di classico. Un classico del genere “gay”, ma soprattutto del “coming of age”, accompagnato in questa edizione degli Academy Award da un altro racconto di formazione, al femminile, il Lady Bird della quasi esordiente Greta Gerwig, che in un’annata contraddistinta dal movimento #MeToo e dallo scandalo degli abusi sessuali, potrebbe diventare la grande storia da amare e raccontare.  

 

guadagnino

 

Noi a livello nazionale una storia da raccontare da oggi ce l’abbiamo. Personalmente ritengo Call me by your name il più grande risultato internazionale di un regista italiano dai tempi di Ultimo tango a Parigi. Anche in quel caso un film controverso sul desiderio, sui corpi e sui sentimenti. Parliamo di 45 anni fa, nel corso dei quali abbiamo continuato ogni tanto a vincere Oscar (L’ultimo imperatore e poi Tornatore, Salvatores, Benigni, Sorrentino) e palme d’oro (Olmi, Taviani, Moretti), senza però incidere nell’immaginario collettivo, in quello cinefilo e nella società come fece il film di Bertolucci. Oggi dobbiamo pagare il giusto tributo a Guadagnino e al suo film, perché a prescindere da pregi e difetti avrà un respiro lungo, diventerà un termine di paragone per altri film sul tema e, speriamo, per altre produzioni audiovisive nostrane. E sia chiaro: il film di Guadagnino non ha bisogno dei (nostri?) premi. Siamo noi che abbiamo bisogno di film come il suo.


I detrattori pronti a rimproverare a Call me by your name una furbizia estetizzante e folcloristica facilmente spendibile all’estero non mancheranno e potrebbero avere le loro ragioni, tanto quanto chi riconoscerà in questo film una riappropriazione postmoderna della lezione di Visconti, Pasolini e della nouvelle vague tutta. Il punto è un altro. I dati ci dicono chiaramente che il cinema in Italia è alla canna del gas. Morto. Completamente. Visto l’attuale contesto politico e culturale possiamo permetterci di snobbare Guadagnino? Possiamo permetterci di non ripartire da una qualche forma di verità, dalle immagini, dai sentimenti? Facciamo i seri, dai.

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