#Oscars2018 – I tre atti del 4 marzo

Questo 4 marzo 2018 molti di noi non lo dimenticheranno facilmente. Ha seguito una narrazione tutta sua, complessa, che è andata ben oltre la magia e il peso mediatico della notte degli Oscar. Anzi ammettiamo tranquillamente che la novantesima edizione ha persino deluso un po’ in quanto a spettacolo televisivo e a verdetti artistici. Potremmo considerare i quattro Academy Award vinti da The Shape of Water come il terzo atto di un movimento, ora straziante, a tratti scioccante e, alla fine forse, cinematograficamente equilibrato, che ha provato a ricomporre in un graduale calando sentimentale lo stato d’animo di un italiano medio appassionato di cinema. Ma partiamo dall’inizio.

Il primo atto ha avuto come attore protagonista il dolore e il ricordo di Davide Astori. Calciatore della Fiorentina e della nazionale, a soli 31 anni se n’è andato in circostanze ancora tutte da definire in una camera d’albergo di Udine tra la notte di sabato e domenica. La procura ha aperto un fascicolo per omicidio colposo. Per gli appassionati di calcio è stata una notizia devastante che nel corso della mattinata ha fatto il giro della rete e scatenato reazioni social da parte di tifosi e addetti ai lavori. Gianluigi Buffon e Francesco Totti hanno ricordato il loro ex compagno di squadra con parole intense e semplici. Alla richiesta di Damiano Tommasi di sospendere le partite della domenica pomeriggio, la politica del calcio ha risposto positivamente, dimostrando sensibilità e un dolore sincero nei confronti di un lutto che ha coinvolto uno dei suoi protagonisti. Nel bene e nel male, con tutte le sue ambiguità e le divisioni campanilistiche che lo caratterizzano, il calcio ha dimostrato anche questa volta di essere probabilmente la sola narrazione emotivamente e socialmente condivisa da nord a sud. È sempre stato il nostro sport nazionale, ma ormai nell’immaginario culturale e mediatico ha via via sostituito tutto il contorno e preso definitivamente il ruolo che il cinema ad esempio aveva ricoperto nei primi settant’anni del secolo scorso.
Chissà se per alcuni l’atmosfera luttuosa della mattinata non sia stata il presagio di unaastori giornata elettorale che si sarebbe poi sviluppata con esiti per certi versi inattesi e spiazzanti. Qui più che la suspense ha dominato in verità il montaggio accelerato dei numeri e delle percentuali. I ralenti sono stati pochi, quasi tutti mentali, difficoltose messe fuoco tra la mezzanotte e le due, ovvero tra gli exit poll dei seggi elettorali e le prime immagini del Red Carpet losangelino. Fermare il tempo, a volte, è semplicemente impossibile. Del resto il secondo atto è, solitamente, quello del conflitto. E si conclude, per il protagonista, con la difficile risoluzione di un problema.

E che la soluzione siano i quattro Oscar di The Shape of Water (Film, regia, scenografia, musica) può essere una di quelle risposte squisitamente hollywoodiane, che in un’edizione contraddistinta soprattutto dal movimento femminile #metoo può avere un senso. È stata una cerimonia noiosa, dalla comicità frenata e da verdetti quasi totalmente annunciati che hanno cercato di non stravolgere più di tanto le geopolitiche della rinnovata industria cinematografica americana. Dunkirk e Blade Runner 2049 si sono spartiti gli Oscar tecnici più importanti. Il premio alla sceneggiatura non originale a Chiamami col tuo nome sistema in un colpo solo i riconoscimenti al bellissimo film di Guadagnino e alla carriera di James Ivory.
E se alla fine a uscirne a mani vuote è stata proprio la Greta Gerwig di Lady Bird, la sua storia d’amore con gli Academy Award ha tutta l’aria di non essere finita qui. Anche perché quest’anno l’unica love story possibile da raccontare, e amare, era quella tra una donna (muta) e un mostro (più umano degli umani). La favola gotica e politica del messicano Guillermo Del Toro non era il film migliore del lotto, ma evidentemente dice le cose giuste nel modo giusto. E riguarda tutti noi.

L’elenco completo dei premi