#Oscars2019 – Un’annata di possibili rivoluzioni

Roma caput mundi. Ovviamente non c’entra nulla l’Italia, né tantomeno la capitale. Ma il film di Alfonso Cuaròn, dopo aver conquistato il Leone d’oro all’ultima Mostra internazionale del cinema di Venezia, sembra già lanciatissimo verso una consacrazione hollywoodiana. Il riscontro che il film messicano sta avendo tra i critici e gli addetti ai lavori in vista dei Globe e degli Academy ricorda molto da vicino quello di Gravity, il film precedente di Cuaròn che vinse sette Oscar, inaugurando una gloriosa tradizione di cineasti messicani vittoriosi (Cuaròn appunto, poi Inarritu due volte, Del Toro lo scorso anno). Il successo di Roma – che a ogni modo sembrerebbe già destinato a vincere almeno nella categoria miglior film straniero – sancirebbe soprattutto la consacrazione definitiva di Netflix tra l’Olimpo delle produzioni cinematografiche. La piattaforma di streaming in questi anni ha cercato in più occasioni di sfondare la diffidenza del Sistema hollywoodiano e di portare in nomination titoli da essa prodotti o distribuiti. Se nel settore documentario i risultati erano stati molto buoni (What Happened Miss Simone, Winter on fire, Cartel Land, The 13th), nei film di finzione l’unico precedente di rilievo risaliva allo scorso anno con le quattro candidature agli Oscar del non esaltante Mudbound.

Roma è arrivato al primo posto nella classifica di fine anno di Sight and Sound e ha vinto il premio dei critici di New York e Los Angeles. Dopo aver scatenato polemiche tutte interne alle politiche dei festival e alle logiche di mercato e di fruizione, può paradossalmente diventare il fiore all’occhiello di Netflix, il suo primo film dichiaratamente “artistico”. La casa di produzione per l’occasione si è vista costretta (ma forse era una strategia programmata) a promuovere una distribuzione nelle sale cinematografiche americane e internazionali più lunga e capillare rispetto ai soliti standard. Cuaròn in più di un’occasione ha dichiarato di aver concepito il film per essere visto su grande schermo. È indubbio che la presenza sulla piattaforma streaming può consentire una maggior diffusione del suo titolo presso un pubblico poco abituato ad andare al cinema. La sensazione però è che da un punto di vista politico e di immagine l’acquisizione dei diritti di Roma sia stata una strategia estremamente vantaggiosa soprattutto per Netflix.

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In attesa dei primi riscontri ufficiali – i Golden Globe verranno assegnati già il 6 gennaio – un elemento che già da ora sembra piuttosto rilevante è l’attenzione che l’industria hollywoodiana e i critici hanno riversato verso i film più visti al box office, che potrebbero essere i logici rivali di Roma. Sembrano ad esempio certi delle nomination sia A Star is Born sia Black Panther, anche Bohemian Rhapsody, il biopic su Queen e Freddie Mercury visto con perplessità da gran parte della critica ma in testa ai box office, è un titolo da tenere d’occhio. In estate l’Academy aveva preannunciato l’ipotesi di istituire una categoria interamente dedicata ai film più popolari dell’anno, denunciando, dopo edizioni un po’ elitarie e dai deludenti riscontri televisivi, la ricerca di una nuova appetibilità verso il grande pubblico. Il fatto che questa idea sia naufragata non offusca affatto la prospettiva di un’edizione che presumibilmente sarà più attenta del solito ai film commerciali. Il remake di Bradley Cooper, grazie alla presenza scenica dell’attore e regista e alla celebratissima performance di Lady Gaga è per certi versi il perfetto frontrunner per appagare le passioni e le aspettative del mondo dello spettacolo, cinematografico e musicale allo stesso tempo.

A Star is Born e Black Panther insieme hanno ampiamente superato i 900 milioni di dollari di incasso solo negli Stati Uniti. Soprattutto il blockbuster di Ryan Coogler è stato un grande fenomeno mediatico oltreoceano, riuscendo a mettere d’accordo il pubblico di massa e il palato dei critici americani. A inizio dicembre è entrato nella lista dei dieci film dell’anno stilata come di consueto dall’American Film Institute. Un’inclusione che in un’annata che sembra sorridere ai film diretti da cineasti afroamericani rappresenta un risultato “politico” molto rilevante. Grazie al comparto tecnico, tra cui è importante menzionare la fotografia di Rachel Morrison – prima donna donna a essere candidata come cinematographer lo scorso anno per Mudbound – il film all’annuncio del 22 gennaio potrebbe anche sfondare il muro delle 10 nomination, oltre che diventare il primo Marvel movie a essere candidato come miglior film.

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