#OTRFF.7 – The Geographer and the Island, di Christine Bouteiller

Giappone, nel cuore del Mar di Seto, tra Kyushu e Honshu, c’è una piccola isola chiamata Iwaïshima, una striscia di terra emersa a forma di cuore abitata da contadini e pescatori, un territorio incontaminato dalla vegetazione lussureggiante dove resistono antiche tradizioni preservate con gelosia e rigore, nel rispetto dell’autonomia energetica e alimentare. Una piccola isola che si trova ad affrontare una grande minaccia: davanti alle loro coste si prospetta l’edificazione d’una nuova centrale nucleare. E se il progetto nell’immediato post-Fukushima sembrava esser stato abbandonato, oggi il governo nipponico ha rilanciato la politica nucleare, inserendola all’interno d’una narrazione che di certo non ci giunge nuova: il mito naturale del progresso (e del profitto), l’idea di un’energia indispensabile e buona, pulita, l’ancora di salvezza per un paese intero.

Un brivido ci percorre: siamo forse davanti a un’amnesia collettiva?

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Eppure c’è chi resiste. Chi non si è scordato delle bombe di Hiroshima e Nagasaki, né tantomeno del disastro alla centrale nel 2011 e di come la natura, terra e mare all’unisono, hanno reagito.

Il documentario di Christine Bouteiller, The Geographer and The Island, in Concorso all’On The Road Film Festival 7 di Roma, parte proprio da qui, da quel laconico ma incisivo “Io ho visto tutto a Hiroshima“, che Resnais fa pronunciare a Emmanuelle Riva in Hiroshima mon amour. Muove dal ricordo, dalla memoria.

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Un film a due voci, quella della regista che si alterna a quella del geografo e antropologo libertario Philippe Pelletier, docente dell’università di Lione, nel narrare la storia e la geografia di un paese come in Giappone e del suo rapporto ambiguo con l’energia nucleare. Un lavoro stratificato, all’apparenza canonico récit du voyage che segue il viaggio di Pelletier nell’isola di Iwaïshima “quintessenza antropologica del Giappone“, nei giorni in cui vi si prepara il Festival Danza degli Dei, momento di comunione degli isolani con la loro terra e le acque circostanti.

La drammatica battaglia di questi abitanti che da anni portano avanti, invecchiando e senza ricambio generazionale, seppur isolata – quindi in sostanza inefficace e donchisciottesca – ci parla tra le righe di tante lotte che da tempo sono state combattute in questo paese in cui l’industrializzazione e la tecnologia si sono affacciate assai rapidamente, e di cui il cinema e gli anime – anche quelli più conosciuti in Occidente – ne sono stati testimoni. Basti pensare ai lavori di Hayao Miyazaki che con Nausicaa nella valle del vento e La Principessa Mononoke ha messo in scena eroine pronte a lottare per salvare l’ecosistema dalla minaccia tossica (radioattiva?) che incombe sulle loro comunità.

Che uomo e natura abbiano perso l’armonia che un tempo li legava, è un fatto. Ed è facile leggere la preoccupazione e la paura negli occhi di chi combatte non solo in nome della conservazione, in un modo che potrebbe sembrare reazionario quando non ottuso, ma soprattutto in nome della grande Storia e dell’idea che potrebbe succedere ancora e ancora.

La catastrofe è dietro l’angolo. L’aveva capito, forse, uno dei più grandi fisici di sempre, il sorridente Majorana, che come ci ha raccontato il nostro Sciascia, dopo aver captato il potenziale apocalittico della bomba atomica, è sparito nel nulla, nascosto, chissà, in qualche altro atollo isolato e resistente…

Un documentario semplice The Geographer and The Island, che però ha la straordinaria forza di “riattivare il trauma“, come scrive Alberto De Nicola nella sua recensione su DinamoPress della miniserie Chernobyl. Senza l’impatto del lavoro targato HBO, ma con il medesimo cuore, brusco certo, ma efficace.

D’altronde l’aveva già profeticamente scritto Svjatlana Aleksievič nell’introduzione al libro “Preghiera per Cernobyl”, ispirazione per la serie: “Pensavo di avere scritto del passato. Invece era il futuro“.