#OTRFF.7 – Soyalism, di Enrico Parenti e Stefano Liberti

In concorso all’On the Road Film Festival 2020 del Detour, il documentario Soyalism (2018) è viaggio-inchiesta sulla globalizzazione alimentare di oggi. L’opera approfondisce temi quali l’analisi della filiera di produzione industriale della carne di maiale o le monocolture di soia per i mangimi, ree di minacciare la biodiversità e principali cause della deforestazione. Con uno stile vario, che spazia dai primi piani alle riprese in movimento (diverse realizzate dall’alto con un drone), si susseguono interviste a ricercatori, attivisti, esperti e produttori, in cui spiegazioni complesse vengono rese più comprensibili e “alla mano” dall’utilizzo frequente dell’animazione grafica (che rappresenta anche un modo per rendere meno brutali alcuni passaggi).

La ricerca è un vero e proprio viaggio, intrapreso tra diverse nazioni. Partendo dai grandi stabilimenti industriali in Carolina del Nord, dove i maiali nascono, crescono e muoiono in gabbie al chiuso, imbottiti di antibiotici, in molti casi senza nemmeno aver visto la luce del sole — inquietanti le immagini a rallentatore di animali squartati con sottofondo musicale allegro, in antitesi con l’orrore appena mostrato — viene tracciato un parallelismo con l’elevato consumo della carne suina in Cina, arrivando con sorpresa alle sterminate coltivazioni di soia in Brasile (i semi di soia sono infatti il nutrimento principale degli animali di allevamento intensivo) e a quelle del Mozambico, entrambi territori sfruttati per trarre profitti dalle esportazioni estere.

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Un collegamento insolito, ma che segue l’andamento di una filiera che influisce sempre più negativamente sull’equilibrio dell’ecosistema e anche sulla nostra salute: ciò che non interessa alle grandi aziende dovrebbe starci a cuore, in primis. In questo duello all’ultimo sangue, da una parte ci sono i piccoli coltivatori locali, che tentano di portare avanti un metodo di produzione sano (niente pesticidi, né agenti chimici, né antibiotici), dall’altra imperano gli interessi delle grandi realtà produttive che monopolizzano i mercati, che possono permettersi macchinari costosi e che sfruttano i terreni uno dopo l’altro per i propri profitti (il progetto africano “Pro-Savana”, ad esempio, che sottrae terre ai contadini per darle a investitori esteri a basso costo, è un chiaro esempio di come nemmeno i governi locali garantiscano gli interessi degli agricoltori del luogo).

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«In Brasile e in tutto l’emisfero sud, la soia è la punta di lancia di un nuovo modello di produzione di capitale chiamato agri-business perché è un prodotto standardizzato, facile da produrre su larga scala e ha un mercato mondiale controllato da appena cinque aziende che speculano sui prezzi e manipolano il mercato. È stato commesso un crimine dal punto di vista agronomico», spiega nel documentario João Pedro Stedile, leader del movimento “Sem Terra”. E questa situazione non riguarda appunto solo il paese dell’America Latina, ma tutti quelli in cui veniamo trasportati virtualmente, collegati tra loro da una rete di scambi e di interessi. 

Qual è la soluzione a questo infinito ciclo produttivo che si arricchisce a discapito dell’ambiente e della salute umana? Come rivitalizzare l’economia degli agricoltori locali, distrutta dalle grandi produzioni internazionali su larga scala? 

Insieme alle testimonianze speranzose di alcune piccole realtà agricole a conduzione familiare, le cui immagini sorridenti ci rassicurano sulla possibile esistenza di un’alternativa sostenibile, ci viene infine in soccorso il messaggio del Professor Tony Weis: «Non dobbiamo raddoppiare la produzione di cibo ma dobbiamo produrlo in modo molto diverso e pensare alle nostre diete come parte fondamentale per riconfigurare il sistema agricolo». Sta a ciascuno di noi rifletterci e mettersi all’opera.