"Otto donne e un mistero", di François Ozon

Quando ci si stacca da quella festa per gli occhi che sono le otto donne, emergono dialoghi banali e cadute di ritmo. E a riportare ritmo e originalità non bastano certo gli stacchetti danzanti, soprattutto perché abbiamo ancora fresche nella memoria le canzoni di quel "Parole parole parole" di Resnais del '97: quelli si davvero ironici


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Il gioco sottile di Sotto la sabbia, già divenuto gioco sfacciato in Gocce d'acqua su pietre roventi, si è trasformato in grosso giocattolo con Otto donne e un mistero. Titoli di testa rosa festoso, che introducono un paesaggio innevato con casa in simil-cartone e Bamby che fa capolino, ci portano in un mondo spumeggiante e fiabesco.  E viste le donne che lo frequentano, con Virginie Ledoyen-Cappuccetto Rosso come prima apparizione, capiamo al volo che questa misteriosa "villa del crimine" è un luogo più fatato che stregato. Fin qui tutto bene. Anzi: splendido. Godiamoci questo caffè danzante di icone francesi di oggi e di ieri, belle, canterine e coloratissime. Tutto in una deliziosa cornice anni '50, con i vestiti del new look di Dior e la fotografia esuberante che creano un clima visivamente festoso. Però. Però Ozon ci tiene davvero a comunicarci che in questa scenografia accesa e giocosa, in realtà, sono di casa arguzia, sagacia, intelligenza, malizia, distacco sarcastico, autoironia, psicologia e cinismo. Otto virtù à la Ozon insomma, e non meno protagoniste delle otto donne. Morale: che nessuno si azzardi a pensare di trovarsi nei paraggi di quella zuccherosa di Amélie Poulain, ci mancherebbe.


Qui cominciano i problemi. Qualcuno non aveva già sentito odore di zolfo guardando Gocce d'acqua su pietre roventi? Perché li era già tutto in embrione: il desiderio di compiacere un pubblico desideroso di sentirsi intelligente, il gusto per le situazioni nonsense e stranianti (ma fino a un certo punto), quella ricerca scenografica di vintage-chic che tradisce la voglia di essere soprattutto à la page. Insomma, un pacchetto ben costruito dove tutto è troppo esplicito per risultare sagace come nelle intenzioni. Un film facile travestito da farsa drammatico-ironica. Stessa operazione per Otto donne e un mistero. Si prende una cornice facilmente gestibile e la si imbottisce di battutine e situazioni dall'esito prevedibile: gratificare lo spettatore. Con la differenza che se Gocce d'acqua strizzava l'occhio a un pubblico che si vuole "di nicchia", Otto Donne veleggia sicuro verso il cosiddetto "grande pubblico" con la sua Grande Iillusione di intelligenza. Chiariamo subito che non è certo la gratificazione dello spettatore in sé stessa ad essere un difetto. Ma contraffare le proprie intenzioni, travestendo un prodotto di allegro consumo da capolavoro di originalità, lo è.


Oltretutto, quando ci si stacca da quella festa per gli occhi che sono le otto donne, emergono dialoghi banali e cadute di ritmo. E a riportare ritmo e originalità non bastano certo gli stacchetti danzanti, soprattutto perché abbiamo ancora fresche nella memoria le canzoni di quel Parole Parole Parole di Resnais del '97: quelli si davvero stranianti, ironici, deliziosi. E inseriti nel corpo sottile di un film intelligente. Il patchwork di Ozon sembra invece fatto per compiacere tutti i palati. Saccheggiando la fiction televisiva (primi piani e dialoghi "da donne"), il teatro (soli interni, scene madri), la pochade e il musical, Otto donne e un mistero accontenta chi ha amato lo straniamento d'accatto e finto-intelligente di Gocce d'acqua su pietre roventi così come chi è solo in cerca di grasse risate.


Solo verso la fine il film si riprende e acquista ritmo e coerenza. E la scena di attrazione animalesca tra Fanny Ardant e Catherine Deneuve è da manuale: finalmente qualcosa di diverso, e veramente erotico, da quel "lesbico-chic" di maniera che ci fa sbadigliare al cinema da dieci anni. Ma con un materiale umano del genere è difficile sbagliare. Quando si hanno a disposizione lo splendore opulento della Deneuve, il fascino della Béart e la professionalità della Huppert (per la verità confinata qui a una performance caricaturale), per tacere della altre, annoiare è un peccato mortale. Che però viene commesso. Oltretutto, l'impressione è che le attrici in scena, proprio perché tutte o quasi delle icone, possano permettersi di giocare con sé stesse scimmiottando delle soubrettes, mentre Ozon non pare abbastanza maturo per concedersi il divertissement d'autore.


 


Titolo originale: 8 femmes
Regia: François Ozon
Sceneggiatura: François Ozon, Robert Thomas dalla commedia di Robert Thomas
Fotografia: Jeanne Lapoirie
Montaggio: Laurence Bawedin
Musica: Krishna Levy
Scenografia: Arnaud de Moléron
Costumi: Pascaline Chavanne
Interpreti: Catherine Deneuve (Gaby), Isabelle Huppert (Augustine), Emanuelle Béart (Louise), Ludivine Sagnier (Catherine), Fanny Ardant (Pierrette), Firmine Richard (Mme Chanel), Virginie Ledoyen (Suzon), Danielle Darrieux (madre di Gaby e Augustine), Dominique Lamure (Marcel, il marito)
Produzione: Olivier Delbosc, Marc Missonnier per Fidelité Productions/France 2 Cinéma/Gimages 5/Le Studio Canal+/Mars Films
Durata: 103'
Distribuzione: Bim
Origine: Francia, 2002


 

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