Ouija – L’origine del male, di Mike Flanagan

Le regole del gioco sono solo tre: non giocare mai da soli, non giocare in un cimitero e dire sempre addio. Ma sorprendentemente chiunque tocchi la tavoletta Ouija non può fare a meno di violarle tutte in una manciata di minuti, per poi scatenare un susseguirsi di eventi tragici senza precedenti. Ideata nella metà del XIX secolo per comunicare con l’aldilà, la tavoletta Ouija è diventata famosa nella metà del XX secolo, quando è stata commercializzata come gioco da tavolo dalla Hasbro per poi finire nelle mani incaute di migliaia di adolescenti che, per animare le loro serate casalinghe, giocavano ad evocare i morti, spesso inconsapevoli di cosa potesse significare aprire una porta su un altro mondo. E non è un caso che film del 2014 diretto da Stiles White, che vedeva la famosa tavoletta al centro di serie di morti misteriose in un gruppo di ragazzi, fosse basato proprio sulla leggerezza con cui i protagonisti si divertivano a evocare entità sconosciute, apparentemente innocue ma in realtà affamate di anime innocenti.

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2c9f287a29Ouija – L’origine del male di Mike Flanagan parte proprio da qui, e si ricollega direttamente al film di White immaginando i fatti antecedenti alla tragica storia di Lane e dei suoi amici sterminati dallo spirito maligno di Doris, una bambina bionda con la bocca cucita che si diverte a uccidere nei modi più cruenti che si possano immaginare. Chi era davvero Doris? Flanagan racconta la sua storia sin dal principio, tornando indietro nella Los Angeles degli anni ’60 quando sua madre, rimasta improvvisamente vedova e senza denaro con due figlie a carico, inizia a mettere in scena finte sedute spiritiche per sbarcare il lunario. I trucchi dei tavoli traballanti e delle ombre dietro le tende funzionano e sono abbastanza credibili da lasciare i clienti in cerca di conforto dall’aldilà a bocca aperta, ma la vera svolta avviene quando la finta medium decide di inserire nelle sedute una tavoletta Ouija, credendo di poterla manovrare a suo piacimento. La vera sorpresa però è che non solo questo gioco apparentemente innocente riesce davvero ad aprire una porta sul regno dei morti, ma che sua figlia Doris possiede il dono di canalizzare le energie provenienti dall’aldilà ed è il tramite perfetto per comunicare con i cari estinti. Peccato che non esista un modo per scegliere gli spiriti con cui mettersi in contatto e molto spesso il male si insinua attraverso le pieghe dell’emotività, sfruttando la debolezza dei vivi per materializzarsi sulla terra. E così alla chiamata di Doris, che cerca disperatamente di mettersi in contatto con il suo papà, risponde un altro spirito, Marcus, in cerca di vendetta per il male subito in vita, che trova nella bambina il corpo perfetto in cui incarnarsi per portare l’inferno sulla terra.
57575_pplUna storia questa evidentemente già nota ai cultori del genere horror, e replicata infinite volte in tutte le declinazioni possibili delle possessioni demoniache, dai classici esorcismi, ai demoni nascosti in cantina, fino alle bambole possedute. Per questo è chiaro che Flanagan questa volta non punti all’originalità della storia, come invece aveva fatto nel 2013 con Oculus e con il più recente Somnia, ma sulla cura del dettaglio visivo nella creazione di una perfetta ambientazione anni ’60, curata in ogni minimo dettaglio, dalla musica rock all’allunaggio, fino a creare la cornice ideale per una possessione che se non dice dice nulla di nuovo, può contare tuttavia su una fotografia raffinata. Un’occasione sprecata per un regista dalle grandi potenzialità, che questa volta non ha voluto osare se non nella messa in scena, scegliendo la strada più sicura dei cliché del genere, che se spaventano non riescono però a stupire.

 

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Titolo originale: Ouija: Origin of Evil

Regia: Mike Flanagan

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Interpreti: Elizabeth Reaser, Henry Thomas, Lin Shaye, Doug Jones, Annalise Basso

Distribuzione: Universal

Durata: 99′

Origine: Usa 2016