Our Father, di Goran Stanković
Menzione Speciale della Giuria al Tertio Millennio Film Fest, l’opera prima del cineasta serbo invita alla riflessione sul potere e sull’utilizzo distorto della fede religiosa
Un monastero sperduto in mezzo alle montagne. Dei campi di lavoro. Una stanza.
Sono questi i luoghi in cui il regista serbo Goran Stanković, al suo primo lungometraggio di finzione, ambienta la storia di Our Father – ispirata a fatti realmente accaduti – Menzione Speciale della Giuria alla 29ª edizione del Tertio Millennio Film Fest.
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Dejan (Vučić Perović), un ex tossicodipendente, intraprende un percorso di riabilitazione presso la comunità di recupero gestita dal sacerdote ortodosso – nel credo, ma non nei metodi – Branko (Boris Isaković). Attraverso la conoscenza del compagno di gruppo Mionica (Goran Marković), Dejan viene gradualmente introdotto alle ferree regole della comunità, che impongono duro lavoro e uno studio della Bibbia caratterizzato dalla discussione collettiva di alcuni passaggi scelti dagli internati: occasione, per Padre Branko, di mettere in dubbio le loro convinzioni, spingendoli a gettarsi tra le sue braccia in nome di una remota possibilità di redenzione per i propri peccati. Come se non bastasse, a dare un’ulteriore mazzata ai desideri di evasione di questi uomini ci pensano le punizioni corporali inflitte dal sacerdote con l’aiuto dei suoi vice, dove una pala da scavo diventa strumento di tortura e monito per gli altri “detenuti”, costretti ad assistere affinché non gli baleni mai in mente l’idea di deviare dal percorso tracciato per loro.
Con un inizio in medias res, nel quale si viene immediatamente catapultati nell’atmosfera cupa e asfittica delle stanze del monastero, Stanković realizza un’opera in cui a farla da padrone è l’elemento della “chiusura”, sia in senso registico che narrativo. Negli esterni, la mdp pedina costantemente il protagonista, restringendo il campo visivo e riducendo al minimo la distanza tra i vari personaggi del racconto; negli interni, invece, la sensazione di “setta” della comunità (spiegata dal regista nel corso della sua intervista) viene amplificata dalle inquadrature in campo totale delle scene di riunione, dove risultano ben visibili i rapporti di potere che governano la struttura.
E proprio il potere sembra essere al centro del discorso del cineasta, che non si limita a documentare le vicissitudini quotidiane del protagonista in lotta con la sua dipendenza (e le eventuali ricadute), ma offre anche uno sguardo sulla complessa dialettica tra oppressore e oppresso, dove quest’ultimo subisce la fascinazione per i metodi adoperati dal primo in una logica di imitazione dove, a sua volta, si ritrova lui stesso ad applicare i medesimi dettami di forza e sottomissione del suo superiore.
In un certo senso, la curva di apprendimento del protagonista e il rapporto che intrattiene con il suo “mentore” possono trovare punti di contatto con un’altra coppia al centro di un’opera fondamentale per le stesse tematiche – e per tutto il cinema d’autore europeo degli ultimi quindici anni – ovvero quella formata da Malik El Djebena e César Luciani ne Il profeta di Jacques Audiard (citato dallo stesso regista come modello di riferimento).
Nonostante i diversi contesti (lì carcerario, qui religioso) in cui le rispettive storie sono ambientate, è innegabile una certa somiglianza tra le due opere, non solo per i registri espressivi adottati dagli interpreti principali (Tahar Rahim/Vučić Perović e Niels Arestrup/Boris Isaković), ma anche per il comune interesse verso la grammatica della violenza che guida entrambi i protagonisti nel loro percorso di rinascita/redenzione personale. Se nel film del 2009 il protagonista veniva introdotto al mondo criminale attraverso i “compiti” impartiti dal suo boss di origini corse – consistenti perlopiù nell’eliminazione fisica dei rivali -, qui il sistema di incarichi e ricompense tra mentore e allievo è orientato alla difesa dell’ordine costituito della comunità.
La reazione del sacerdote al polverone mediatico seguito alla diffusione in rete del filmato delle torture è significativa: delegittima le accuse esterne di abuso di potere, e risulta emblematica anche la condotta dello stesso Dejan dopo l’evento, quando inizia ad applicare ai suoi compagni le stesse logiche coercitive del capo, dando così vita ad un ambiente marcio alle radici, dove ogni tentativo di buona azione è destinato a fallire miseramente.




















