Over the Top, di Menahem Golan

Tirato in ballo dal ritorno di Ivan Drago nell’imminente Creed II, Rocky IV è l’esempio più lampante di pratica cormaniana applicata da Stallone al proprio cinema: in sostanza, buona parte del film è un montaggio di sequenze dei tre episodi precedenti, proprio come Corman era solito fare con le sue decine di produzioni all’anno, zeppe dello stesso footage riutilizzato e rimontato più e più volte. È un po’ come se Sylvester Stallone non avesse mai smesso d’applicare gli insegnamenti di quel Roger Corman che ne portò alla luce le potenzialità (ed è vero che nel corso degli anni gli omaggi si sono fatti sempre più “scoperti”, se pensiamo al progetto inseguito da sempre del film su Edgar Allan Poe, e al remake mascherato de I diavoli del Gran Prix che è Driven).
Quello che importa è il ritmo, esagitato, altissimo, e conseguire il massimo del risultato col minimo della spesa: da questo punto di vista, il sorprendente trasfigurarsi di Rocky IV in purissimo materiale di immaginario popolare, probabilmente a livelli di astrazione mai più toccati in tutta la carriera da Stallone, il suo insomma divenire cult totalmente al di là della della velocità massima con cui è stato realizzato, non fanno che dimostrare quanto la pratica stalloniana debba al metodo dell’American International Pictures: e Dolph Lundgren/Ivan Drago, il Cattivo, come un Karloff degli anni ’80, è un Frankenstein che si staglia mostruoso, e non risparmia nemmeno un pallido tentativo di rivolta contro il Padre-creatore-assemblatore…
Anche il mélo on the road di Over the Top di Menahem Golan, secondo aiuto regista di Roger proprio sul set de I diavoli del Gran Prix prima di dedicarsi alla sua Cannon, si porta appresso un’anima cormaniana, al di là dell’avventura sulle highways d’America a bordo del truck rombante.
Il film arriva due anni dopo Rocky IV (e con Cobra di mezzo), e Stallone, tra i responsabili dello script, sa che la zuccherosa vicenda di riavvicinamento familiare col piccolo lord strappatogli via dal ricchissimo nonno non funzionerebbe per il pubblico, se non supportata dall’ennesimo training verso la conquista di un titolo: questa volta, è il campionato nazionale di braccio di ferro.
Eppure, anche un’opera così semplice esprime segni della sua poetica, che nel nuovo capitolo su Adonis Creed, in sala dal 24 gennaio, vediamo incarnarsi sorprendentemente nella parabola del loser proletario Viktor Drago: da un lato, esterna per la prima volta in maniera esplicita, figurata, l’attimo di consapevolezza che porta il corpo-Stallone a (re)agire («Quello che faccio è… prendo la visiera del cappello e me la giro dietro…per me è come accendere l’interruttore… e quando accendo l’interruttore mi sento un’altra persona… mi sento come un camion»); dall’altro, è una sorta di film spartiacque per quanto concerne le radici operaiste della figura stalloniana – dopo Over the Top, e da Tango & Cash in poi, sarà sempre più difficile, tolti i “ritorni” di Rocky Balboa, trovarne traccia sullo schermo.
Ecco che allora assume tutt’altra importanza la diffidenza iniziale tra il camionista tutto muscoli e olio di motore, e il piccolo rampollo di famiglia aristocratica cresciuto in collegio: «La vita non è fatta solo di muscoli», dice il ragazzino. «E di cosa?», chiede Stallone sorpreso. «Non voglio offenderla, ma lei è semplicemente su di un altro gradino sociale», conclude il giovane snob, che all’improvviso sembra davvero uno dei tanti critici alle prese nel corso dei decenni coi film di Sylvester Stallone.
Lui, continuando a pilotare il suo camion, dritto per la sua strada, con una mano sul volante e l’altra sull’attrezzo che si è costruito per allenare il braccio destro mentre è alla guida, non può che aumentare il suo sbigottimento incredulo: «Ah! Parliamone, di questa scala sociale…»

 

Titolo originale: id.
Regia: Menahem Golan
Interpreti: Sylvester Stallone, David Mendenhall, Susan Blakely, Robert Loggia
Durata: 105′
Origine: Usa 1987
Genere: drammatico

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