Oylem, di Arthur Borgnis

In un bianco e nero di salgadiana ricchezza il documentario di Borgnis ripercorre il lascito degli ebrei ashkenaziti sterminati nei pogrom nazisti. Al Tertio in streaming su MyMovies

Estetica e filosofia della rovina: una maceria racconta il passato meglio di un presente accademico. Allo stesso tempo il bianco e nero è l’unica chiave cromatica per cercare di addentrarsi, col pudore di chi continua a non capire quella follia, dentro i furori di sangue dei pogrom nazisti. Oylem, di Arthur Borgnis, in concorso al Tertio Millennio Festival in streaming sulla piattaforma di MyMovies dal 23 febbraio al 2 marzo 2021, cavalca con decisione queste due direttrici chiave per ripercorrere in una straniante mistura audiovisuale di viaggio poetico e documentario l’eredità degli ebrei ashkenaziti, popolazione israelita che si insinuò nei freddi territori dell’Europa orientale dopo la diaspora politica/biblica e che venne sterminata dai soldati tedeschi.
Il primo lungometraggio del regista francese, già in precedenza aiuto regista di filmmaker transalpini e internazionali come Luciano Emmer, Véra Belmont, Tony Palmer e Pol Cruchten ed autore in proprio di quindici documentari per la televisione francese, guarda infatti con ambizione da una parte al “cinema come preghiera” di Andrej Tarkovskij e dall’altra al preziosismo visivo del famoso fotografo Sebastião Salgado. Così i 75 minuti di questo coraggioso esordio riescono ad incistare un certo intento pedagogico – la necessità della memoria della Shoah in un’epoca in cui il giorno della memoria ha assunto un valore ritualistico sempre più vuoto – all’interno di una confezione estetica altamente suggestiva che pur correndo a più riprese il rischio di crollare sotto la volta del suo barocco b/n, riesce a sorreggere al gravoso compito. In lingua yiddish il termine Oylem ha varie sfumature di significato perché denota allo stesso tempo, in una gradazione già di per sé altamente significativa, folla, mondo, eternità. Partendo proprio dall’assenza della prima, la macchina da presa si muove ramengo tra i resti fisici di una civiltà umana che altri simili hanno provato a cancellare dai libri di storia.

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Due individui, Mendele e Yitskhok – interpretati rispettivamente dagli attori Rafael Goldwaser e Léopold Niborski – condividono con lo spettatore frammenti rapsodici della loro vita. Mendele è cresciuto in uno shtetl; tormentato dal peso delle tradizioni e animato da un feroce desiderio di libertà, scopre le idee socialiste e vede in loro un nuovo messaggio messianico. Il giovane Yitskhok vive invece nel ghetto di Vilnius; si ribella contro la sua miserabile condizione e fa della sua vita un inno alla speranza. Il film non scinde mai questo doppio binario narrativo lasciando che le rispettive memorie si accavallino senza determinate distinzioni: le discussioni teologiche col rabbino del vecchio Mendele si affastellano alle considerazioni di Vilnius sulla vena socialista dei profeti antichi come Elia – e qui in verità ci si riallaccia un po’ passivamente alla corrente di pensiero atta a dare prestigio politico ad un comunitarismo tribale molto meno inclusivo, si pensi in tal senso all’irredimibile patriarcato dei Giudei di ogni tempo, di quel che si vuol far credere. Oylem ha però il merito di non avere un carattere esclusivamente confessionale lasciando che le numerosi riflessioni religiose conservino sempre un carattere dubitativo ed in alcuni casi persino misterico.

Aiuta in tal senso il carattere pittorico della regia che, come detto, ricorre all’uso del bianco e nero (tranne in un’unica scena in cui una copia della Torah avvolta da fiamme digitali brucia sulla neve) per compiere un’indagine scenografica sui villaggi, le case, gli edifici sopravvissuti alla violenza tedesca. Questa sorta di Yiddishland tra le due guerre mondiali era arrivata ad estendersi dal Baltico al Mar Nero, partendo dalla Polonia e arrivando fino in Russia sotto alle pendici dei Carpazi e portando in tal mondo dentro le valli della Mitteleuropa le antiche tradizioni semitiche. In una serie di lunghe inquadrature fisse, appena mosse da carrelli che vanno solo avanti e lateralmente, la cinepresa mostra incredibili scorci naturalistici di quelle terre ora innevate e brandelli di case in putrefazione al cui interno resti oggettuali di antiche tradizioni vengano deputati dal regista – insieme alla co-sceneggiatrice Anna Guerassimoff – a fare da vestigia sacrali di una civiltà annientata dall’ideologia totalitaria. Potrebbe sembrare un’elegia funebre se non fosse che la sequela di immagini mortuarie viene accompagnata dalla continua testimonianza della voce narrante maschile che sul finire si sdoppia lasciando spazio a una chiusura femminile.

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Le parole fanno allora da contraltare al flusso visivo, corroborate dalle musiche di Olivier Slakiak che giocando abilmente su sonorità di strumenti tipici vogliono trasmettere la vitalità di un’eredità che il genocidio non è riuscito a cancellare. Forse la debolezza maggiore di Oylem sta nel lasciare che le elucubrazioni teologiche non abbiano una direzione ben definita limitandosi piuttosto a rendicontare esperienze passate. Il risultato è un limbo strutturale che lascia l’opera a metà tra la grande epopea misticheggiante con annesse ispirazioni epifaniche – le ripetizioni ternarie di alcune parole chiave a mimesi del mistero trinitario – ed una certa impronta documentaristica, ravvisabile nella volontà di marcare l’irripetibile esperienza spazio-temporale attraverso i suoi simboli (la sinagoga, i manufatti cabalistici). Come insegnano tutte le religioni, l’enigma invece non avrebbe mai dovuto essere sciolto.

 

Titolo originale: id.
Regia: Arthur Borgnis
Durata: 72′
Origine: Francia, 2020

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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