Padre Pio, di Abel Ferrara

Il film che Ferrara inseguiva da anni. Nella sua versione di Padre Pio da Pietrelcina, il percorso individuale sembra cedere il passo alla Storia, al piano d’insieme. Alle Giornate degli autori

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Eccolo, il film che Abel Ferrara inseguiva da anni. La sua versione di Padre Pio da Pietrelcina, il santo delle stimmate e dei miracoli, dei profumi di incenso e di giglio. Venerato in vita, poi beatificato e canonizzato a furor di devozione popolare. Ma anche un personaggio controverso, irascibile, dai modi sbrigativi, messo in discussione dagli scettici e criticato dai cospirazionisti. Su molti aspetti della sua vicenda, già Ferrara si era soffermato alcuni anni fa nel documentario Searching for Padre Pio, un imprescindibile lavoro preparatorio.

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Qui invece, la sceneggiatura, scritta insieme a Maurizio Braucci, si concentra su un momento particolare. Il 1920, a San Giovanni Rotondo: un periodo in cui Padre Pio attraversa una crisi nella sua ricerca spirituale. Che coincide con alcune vicende politiche fondamentali, all’indomani della prima guerra mondiale. Con i reduci tornati dal fronte, la povertà endemica, le disparità di classe, alle elezioni comunali vincono i socialisti. Ma al momento di insediarsi nel municipio, gli eletti e i loro sostenitori si ritrovano davanti un plotone di carabinieri, soldati, militanti fascisti, aizzati dai possidenti terrieri. È una strage. Muoiono 13 socialisti e un carabiniere. Un eccidio poco conosciuto, ma che ha creato anche rumori intorno alla figura di Padre Pio, accusato da alcuni di aver fiancheggiato la repressione armata. Di questi sospetti qui non c’è traccia. Perché, per Ferrara il processo al personaggio storico non ha ragion d’essere. Quel che conta, invece, è trovare le connessioni tra il percorso di fede dell’individuo e la lotta politica come realizzazione di uno slancio di fede collettiva. Con il lato oscuro della Storia a far da contraltare.

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Ma Abel Ferrara è un regista singolare e non plurale. I suoi film raccontano di individui intossicati e lacerati, di percorsi tortuosi, a volte inestricabili, di lotte con il demonio, di addiction e tentativi redenzione. Non certo storie corali, movimenti collettivi o balli di gruppo. Se non in qualche raro caso, soprattutto nei documentari più psicogeografici, come Mulberry Street e Piazza Vittorio. Dove è comunque la presenza di Ferrara a catalizzare gli sguardi e a far da raccordo tra i vari personaggi. Contribuendo, così, a sporcare le traiettorie, a filtrare la visione d’insieme nella distorsione di una prospettiva fortemente soggettiva.

Qui, in Padre Pio sembra voler andare in direzione opposta. Perché è il quadro storico ad affacciarsi in primo piano, la folla dei personaggi “minori”, minuscoli quasi, quelli che tessono le trame della storia “marginale” di San Giovanni Rotondo. Mentre la figura ingombrante del santo taumaturgo viene a poco a poco messa in un angolo, come relegata inesorabilmente nelle celle del convento. Del resto, a mettere le carte in tavola è già quel primo scontro con il demone che lo accusa di essere scampato alla leva militare e di aver sostanzialmente disertato. È il dubbio di essersi tirato fuori dal campo di battaglia della realtà, dal terreno concreto delle cose. E in effetti, lungo l’arco del film, nonostante l’energia magnetica di uno straordinario Shia LaBeouf, Padre Pio sembra quasi diventare marginale e accessorio rispetto al racconto delle lotte politiche all’alba del fascismo. Il singolo cede il passo alla collettività.

Così Abel Ferrara si avventura in un terreno apparentemente meno congeniale: quello dei piani di insieme, dei movimenti corali, delle masse in azione. Nelle scene dei combattimenti interiori e delle tentazioni di Padre Pio, dà ancora una volta prova della densità potente del suo cinema, sempre capace di materializzare e far esplodere in superficie tutti i grumi interni. Ma, d’altro canto, adotta le regole di una rappresentazione più canonica, che oscilla tra l’adesione funzionale ai fatti e alle linee di movimento e il richiamo a un immaginario cinematografico sempre e comunque “americano” (il blues nel lavoro sui campi, gli uomini con le torce a cavallo in stile Klu Klux Klan). Rifugge, però, dalla tentazione di tradire la storia con la libertà dell’invenzione (in fondo, questo film sarebbe potuto essere Il siciliano di Ferrara…). Anzi… lavora all’interno di limiti ben definiti. Produttivi, certo, ma ancor più di metodo. A cominciare da quest’ossessione, ormai ricorrente, della fedeltà ai fatti. L’appiglio della realtà. Per cui anche le visioni di Padre Pio devono trovare perfetto riscontro nelle sue lettere e nei suoi scritti. Insomma, Abel Ferrara imbriglia volutamente la sua vena più eversiva, per provare a diventare più “preciso”, alla ricerca di una lingua “comune”. Si costringe a un’altra sintassi, un po’ come i suoi interpreti italiani che si sforzano di parlare in inglese. Il che comporta il rischio di qualche frase fuori posto, di una pronuncia incerta, di un balbo parlare. Che, da un lato, è un altro esempio di quella ferita della lingua che da anni sembra essere il cuore vero del suo cinema. Ma, dall’altro, è anche il segno di una ricerca che si è fatta più severa e difficile. La passione della carne si apre a un altro momento dello spirito. Non meno doloroso. Ma forse più aperto al mondo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
3.25 (4 voti)
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