“Pain & Gain – Muscoli e denaro”, di Michael Bay

Pain & Gain è con ogni evidenza molto più un film di Mark Wahlberg che del suo regista (con il quale ad ogni modo l'attore sta girando il quarto Transformers). Da questo punto di vista, il film continua una vertiginosa quanto esaltante parabola “leggera” dell'interprete, che da I poliziotti di riserva (già con The Rock) via Ted sembra aver iniziato (o continuato, per chi ricorda I heart huckabees o Notte folle a Manhattan…) una riflessione paradossale e demenziale sul crossover unificato maschile/femminile portata sulle spalle del proprio fisico da bulletto. Quasi una versione hip hop e stradaiola di un tardo Clifton Webb: e infatti il protagonista del film di Bay è quanto di più vicino Wahlberg abbia mai interpretato al Marky Mark degli esordi nel mondo del rap bianco (e ancora, l'impalcatura di Pain & Gain non è forse a conti fatti troppo lontana dall'apparato stilistico del Kirk Wong de Il grande colpo, pellicola degli inizi action del nostro).

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Sin dalla struttura filologica con partenza in medias res (l'unica sequenza d'azione del film, con Bay costretto a giocarsi tutti i ralenti a disposizione nei primi dieci minuti) e flashback narrato dal protagonista in chiaro punto di morte, la sceneggiatura sembra malauguratamente un'allegoria noir alla Coen sotto steroidi, con i tre culturisti rimbambiti che seminano incoscientemente violenza, sangue e omicidi per inseguire il proprio cinico sogno americano, personaggi ultragrotteschi di contorno, e il destino che bussa alla porta sotto le sembianze di un detective privato in pensione che sembra il Marlowe di Poodle Springs (Ed Harris, sopraffino, che è in sostanza per Bay la donna del film, nel senso che alla giravolta frenetica del montaggio è concesso di fermarsi per indugiare per qualche secondo unicamente sui suoi primi piani, come abitualmente Bay fa solo con le modelle che ama riprendere). In effetti il modello di partenza è senza dubbio il Brad Pitt di Burn After Reading, contaminato con l'iperrealismo stilizzato e pop di certo Spike Lee o Oliver Stone “tratto da una storia vera” degli anni '90.

Per fortuna Michael Bay come al solito si lascia distrarre dallo sfondo, e con questa Florida che lo riporta allo stile degli esordi bruckheimeriani tira finalmente una lucidissima linea che unisce la rappresentazione televisiva di Miami Vice (Bay ha recitato in un episodio del 1986 della serie) con quella di CSI: Miami (sempre Bruckheimer a targare): è questo l'immaginario una buona volta frullato nella stessa velocissima inquadratura che il cineasta, come non ci stancheremo mai di far notare, sintetizza col proprio linguaggio sempre circolare (qui per girare intorno a quel colosso enorme di The Rock ci vorrebbero due ore di film a parte).
Ecco, Pain & Gain, che appare da subito come uno “scherzo” transitorio tra un megablockbuster e l'altro, in realtà sembra nascondere un tentativo esorcistico per sviare dalla sensazione, provata qui per la prima volta, che Michael Bay, il padre dei neoclassici, sia invece improvvisamente diventato (un) classico. Che insomma appartenga non più alla generazione del presente (che è quella votata all'estetica tanto quanto lo è sempre stato Bay, ma Solo dio perdona e Bay è chiaramente fuori dalla grazia di dio), e lo si possa senza preavviso alcuno considerare stupefacentemente e orgogliosamente vecchio – qualcuno direbbe old school (davvero il paragone più calzante è a questo punto quello con le tenerissime Belve oliverstoniane).
Mantenerti in forma può ucciderti, avvertiva Sly tempo fa in coda a un video in cui mostrava il suo durissimo training per interpretare The Expendables. Il fatto che Wahlberg e Bay si siano già rimessi a giocare ancora, e meglio di chiunque altro, coi robottoni, non può allora che rincuorarci.

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Titolo originale: Pain & Gain
Regia: Michael Bay
Interpreti: Ed Harris, Mark Wahlberg, Dwayne Johnson, Rob Corddry, Bar Paly, Tony Shalhoub, Tony Plana, Anthony Mackie, Ken Jeong, Rebel Wilson, Peter Stormare
Origine: USA, 2013
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 129'

7 commenti

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    si ma in soldoni..vi é piaciuto il film? scrivete delle rece con il culo proprio..

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    Mi sembra che tu scrivi i commenti con il c… la recensione la trovo accattivante. Probabilmente più del film! Poi non me ne frega niente se a chi scrive il film sia piaciuto o meno, mi interessa di più capire cosa gli ha stimolato…

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    @Robert: hai il cervello tarato su Facebook? Mi piace o Non mi piace. Ma chi se ne frega…un buon critico non dovrebbe MAI far capire se un film piace o meno

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    @anonimo non esagerare, non é né obbligatorio né vietato far capire se il film piace o no. Un buon critico dovrebbe soprattutto far appassionare il lettore su quel che scrive

  • Si e io sò Marlon Brando
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    Michael Bay è uno dei peggiori registi della Terra altro che neoclassico, manco fosse Eastwood o James Gray, Sozzo vai a disintossicarti da uno bravo insieme agli altri SS…

    Ad ogni modo la sceneggiatura non è affatto male, una parodia nera sul Sogno Americano, sulla vacuità illusoria dei suoi simboli. Con un altro regista poteva essere un gioiellino

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    concordo con l'anonimo che parla di cervello tarato sul "like".
    insomma, se volete semplicemente sapere se un film è piaciuto o no potete sempre chiederlo al vicino di casa o a un passeggero a caso sull'autobus.
    O fare addirittura un sondaggio.
    "ti è piaciuto? si/no", con le caselle da barrare con la crocetta.
    "Vorrei argomentare, sa, il film… "
    "Non mi interessa, chiuda quella fogna. SI/NO"

  • Umanotroppoumano
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    è dura la vita degli scrittori di cinema… se leggo sentieri selvaggi è proprio perchè non mette voti e stellette e chiude l'esperienza della visione di un film in un rapido e definitivo si/no/forse… i film sono delle opere aperte alle emozioni e riflessioni di chi li guarda. Quelli bravi, come Sozzo, riescono anche a scriverne. Gli altri si limitano al "mi piace".