Palm Springs – Vivi come se non ci fosse un domani, di Max Barbakow

Non so voi, ma il mio feed social è pieno di “video suggeriti per te” in cui i protagonisti trasformano le loro case in percorsi complessissimi di effetto domino, un’abitudine che eravamo abituati a vedere nei cartoon in cui Paperino aziona un complicato meccanismo spostando un dito dal letto, che finisce per calare un martello sulla sua sveglia trillante, e poi continua a dormire, e che invece oggi pare diventato un hobby dei video virali, sommersi da testimonianze filmate di palline che rotolando spostano brocche d’acqua che fanno volare palloncini e così via, tra i giardini, i garage e i tavoli della colazione di anonimi users (cercate Rube Goldberg machine sui portali!). Non so se questo riveli qualcosa sul mio algoritmo digitale, ma potrebbe probabilmente dimostrare che la passione per i meccanismi perfettamente funzionanti, i giochi di prestigio e le giravolte a sorpresa è davvero un trend immarcescibile per questa generazione di spettatori, quella che ha accolto trionfalmente Palm Springs all’ultimo Sundance e che ne ha già decretato il suo piccolo culto tra la “cinefilia del web”.

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D’altra parte, i protagonisti del film di Barbakow mostrano da subito la consapevolezza di vivere in un universo da cartone animato o da videogame, in cui non è possibile morire e ogni personaggio di contorno, antagonista compreso, ripete la propria parte riazzerando ogni volta la storia. Come nella celebre affermazione di Eco su Liala e il postmoderno, Nyles per spiegare la situazione a Sarah si limita ad un “siamo finiti in uno di quei loop temporali di cui avrai sentito parlare…”.

All’inizio la speranza è quella che il film possa assumere un tono alla Nicholas Stoller, sarà che le camicie di Andy Samberg ci ricordano Forgetting Sarah Marshall, ma ben presto Barbakow tira la prima freccia (letterale) del proprio domino, e il punto della faccenda diventa il tentativo di interpreti e script di tirare fuori del sentimento reale dall’incastro.
La Cristin Milioti di How I met your mother e J.K. Simmons ci riescono con maggiore luminosità dello spaesatissimo Samberg, a cui sarebbe affidata l’intera carica comica della vicenda, ma che non pare riuscire a reggere il peso di un’opera che nel suo filosofeggiare minimal si è convinta di essere Linklater senza passare da Ramis e Zemeckis, e se è per questo nemmeno da Jonze.

Mettiamola così: la percezione di un eterno presente è alla base della nostra fruizione del metaverso in cui siamo immersi, e la ricerca di un contatto tangibile con l’altro rimane l’unico reale punto d’arrivo di ogni loop di oggetti che cascano avviando i binari dei trenini giocattolo che trasportano i bicchieri di spremuta. Ma volendo restare nell’ottica dei brain games, questo ce lo dicono in maniera ben più struggente e dolente opere seriali come il Maniac di Cary Fukunaga (forse il vero riferimento nascosto di Palm Springs?) o, per tornare all’invocata fragilità di un Jason Segel, la sua recente Dispatches from Elsewhere. L’aspetto più genuinamente raffinato dell’esordio di Barbakow finisce così per essere la playlist di canzoni della colonna sonora, tra cui due perle del John Cale più vertiginoso e “ballabile”, Barracuda e You know more than I know.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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