Pamfir, di Dmytro Sukholytkyy-Sobchuk

Un esordio a tratti convincente dove però non tutto funziona. Manca assenza di fluidità e il racconto appare spesso disunito. Concorso

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Pamfir, presentato nella sezione principale del Concorso Lungometraggi, è l’opera prima del regista ucraino e film che crea grandi aspettative per un racconto che riguarda non solo la vicenda dei personaggi, ma anche la relazione di questi con i luoghi e i riti che costituiscono patrimonio collettivo della comunità. Ambientato nelle regioni occidentali dell’Ucraina, racconta del ritorno al paese d’origine dopo un periodo di emigrazione di Leonid, il protagonista, soprannominato nel paese con il nome Pamfir. La sua famiglia, l’amata moglie Olena e il figlio Nazar, tendente ad una indolenza giovanile senza regole, hanno bisogno di lui e della sua guida. Non si trova lavoro nel piccolo paese tra le montagne e l’unica soluzione è il contrabbando con la vicina Romania. Ma la mafia locale controlla quei traffici e le cose non si metteranno molto bene per il pur coraggioso Leonid.
Sulla carta un esordio a tratti convincente per Sukholytkyy-Sobchuk, nel cui racconto confluiscono i temi di una ritualità pagana che si esprime attraverso il mascheramento carnevalesco con riferimenti ad un passato primitivo popolato da creature votate a generare paura in nome di una protezione della comunità stessa. Questi elementi si intrecciano con la vicenda di Leonid/Pamfir e con la sua quotidiana lotta, anche fisica, per proteggere la famiglia e assicurare al figlio un avvenire migliore del suo. Sukholytkyy-Sobchuk firma un film che vuole essere anche antropologico oltre che narrativo, riportando quei temi dentro lo sviluppo della storia e lavorando per una sintesi tra i due estremi che reciprocamente si condizionano. Ma non tutto funziona in Pamfir, non tutto sembra andare nella giusta direzione e forse a causa di questa narrazione “impura”, condizionata da quegli elementi antropologici ai quali si uniscono quelli religiosi vissuti in modo ossessivo e non troppo dissimile dalla ritualità pagana, il racconto appare spesso disunito. Forse tutto depone a favore di una assenza di fluidità, di una certa fatica a procedere inventando soluzioni narrative che non si esauriscano in una ricerca di giustificazioni ancestrali. Pamfir, pur nella sua intenzione di lavorare sui sentimenti familiari come unica salvezza in un ambiente in cui domina la violenza, sembra annichilirli, lasciandoli affiorare solo occasionalmente e quindi prosciugando la vicenda di ogni pathos, ogni emozione che finisce con il raffreddarsi nella neve che ricopre le montagne degli scenari naturali dentro i quali vive Pamfir con la sua famiglia.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
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