Pane dal Cielo, di Giovanni Bedeschi

Siamo poeti poveri

fatti di vesti pesanti

e intime calure di bosco

siamo contadini che portano

la terra a Venere

siamo usurai pieni di croci

siamo conventi che non danno sangue

siamo una fede senza profeti

ma siamo poeti.

Soli come le bestie

buttati per tutti i fanghi

senza una casa libera

né un sasso per sentimento

 

Questi versi di Alda Merini, la poetessa che cantò, tra le altre cose, la sua Milano, i navigli, l’emarginazione e la povertà – pubblicati per la prima volta nel 2000 nella raccolta “Superba è la Notte” – mettono a fuoco uno dei momenti più drammatici e simbolicamente densi del primo lungometraggio del cinquantasettenne regista milanese Giovanni Bedeschi. Alda Merini, si diceva. “I Poeti”, ma anche la citazione di un suo celebre aforisma: “Tutte le meraviglie del cielo e della terra sono inconsapevoli”. È stato grazie all’intercessione presso le figlie della grande poetessa di un amico regista, Daniele Pignatelli, che è diventato possibile acquisire i diritti per l’uso di una sua lirica all’interno della pellicola. Ma è soprattutto l’organizzazione e il taglio narrativo della scena con la declamazione a suggerire una delle tante sottotracce del film e l’affinità con la poetica della Merini: i versi sono recitati da Lilli, una delle principali figure della pellicola, mentre, immobile e disperata in mezzo ad un’arteria stradale trafficata, diventa il simbolo dell’invisibilità, della cecità dell’altro, del disadattamento alla quotidianità veloce e fagocitante che ci investe e non ci fa sfrecciare “altrove”, là dove non vediamo che il profitto, il conseguimento dell’obiettivo individuale, la strada davanti a noi.

 

Pane dal Cielo ha inizio in una fredda notte di Natale a Milano. Un clochard con i denti marci e le rughe del disagio psicologico e sociale recita un personalissimo “Cantico delle Creature” di franceschiana memoria in cui, alle bellezze e ai doni della infinita generosità divina, si sostituiscono una panchina, dei cartoni, delle coperte e dei giornali, spesso gli unici e silenziosi “compagni” dei senzatetto. Ed è un incipit estremamente originale e potente, ricco di riferimenti a certa temperie pauperistica del Seicento, all’esperienza di volontariato del regista e al difficile cammino “controcorrente” intrapreso dall’istituzione Chiesa con il pontificato di papa Bergoglio (non a caso, Francesco). I protagonisti Lilli (Donatella Bartoli) e Annibale (Sergio Leone), due homeless milanesi tra i quaranta e i cinquant’anni, sono alla ricerca di un angolino appartato vicino alla stazione meneghina di Greco-Pirelli, un piccolo spazio dove poter riuscire a riposare e svegliarsi il giorno successivo senza morire di freddo. Appaiono entrambi stanchi e provati a causa del carico “spirituale” che li grava e del fagotto che si portano dietro con le loro pochissime cose. Ad un certo punto il silenzio della notte si spezza, dei vagiti rimbombano da un cassonetto lì vicino. Lilli e Annibale si avvicinano sgomenti e aprono il cassonetto: dentro c’è un bambino, un maschietto. Sano e scalciante. Lo prendono con cura in braccio e decidono di portarlo al più vicino ospedale, ma lì succede l’impensabile: nonostante i due possano toccare e stringere il bambino, nonostante ne sentano la voce, l’odore, il calore, nessuno all’ospedale sembra vedere il piccolo. Come se fosse invisibile. Lilli e Annibale sono sconcertati, atterriti dall’indifferenza di medici ed infermieri, corrono via, trattati come due pazzi, e raggiungono il deposito della stazione di Lambrate dove fanno un’ulteriore scoperta: tutti gli altri senzatetto come loro possono vedere il bambino. Il bambino è speciale, unico. Così pensano Lilli e Annibale e, come loro, tutti gli altri senza dimora che iniziano a vedere in quella creatura indifesa qualcosa da proteggere, diventando una sorta di famiglia allargata. Ma, in realtà, il bambino può essere visto anche da chi conduce un tenore di vita elevato o da chi comunque non è un “emarginato sociale” o un freak: da un manager della grande finanza ad una signora dell’alta borghesia, da alcuni uomini di chiesa ad un giovane blogger: non è la condizione sociale la discriminante, come si vedrà. Ecco allora che i protagonisti si rendono progressivamente conto che ciò che rende diverso questo bambino potrà diventare un messaggio importante, un monito che tutti devono ascoltare. La notizia si diffonde rapidamente, l’avvento del bambino diventa motivo di cambiamento per molti.

L’idea della pellicola nasce cinque anni fa e centrale nel suo sviluppo è l’esperienza personale del regista, che dura da ormai dodici anni, come volontario presso la mensa milanese della “Fondazione Opera di San Francesco per i Poveri Onlus”, fondata nel 1959 e gestita dai Frati Cappuccini. All’epoca Bedeschi era uno dei direttori creativi della celebre agenzia pubblicitaria britannica “Saatchi & Saatchi”, la cui sede meneghina è in Corso Monforte. Proprio a due passi, in Via Concordia, opera la mensa. Quando, durante la pausa pranzo o passeggiando, il regista e il suo capo di allora passavano in zona e vedevano la fila di gente che si creava davanti alla mensa, il secondo, con aria di sfida, gli diceva: “Vedi, se sbagli questa campagna pubblicitaria, finisci così”. Era solo una battuta, magari di cattivo gusto, eppure celava una verità. Ciò che principalmente ha colpito Bedeschi, infatti, nella sua attività di volontariato è proprio la comprensione del fatto che basta davvero poco per trovarsi in quella situazione, talvolta senza nemmeno accorgersene. Pensiamo anche ai nuovi poveri: quelli che devono vivere con una pensione da 350 euro al mese, i papà separati, le madri single, coloro che avevano un’attività economica e sono falliti, operai in cassa integrazione, giovani trasferitisi a Milano con la speranza di un impiego, non soltanto i profughi, i migranti di turno e le persone affette da disturbi psichiatrici. Con i suoi oltre tredicimila homeless il capoluogo lombardo si conferma come la capitale italiana dei senza dimora, una “popolazione” che in Italia è stimata essere di circa sessantamila unità: e si tratta di dati Istat risalenti al 2015 e inevitabilmente cresciuti negli ultimi tre anni. La cronaca di stretta attualità ci informa che proprio a Milano, nella centralissima piazza San Babila, il 29 novembre scorso è morto un senzatetto, assiderato. Al momento, nei dormitori cittadini sono disponibili 1.500 posti e 300 sono ancora liberi; gradualmente arriveranno a 2.700, più del doppio di cinque anni fa. L’esperienza ha insegnato a Bedeschi che “dietro ogni senzatetto c’è una storia” e proprio per questo motivo nel 2013 il regista contattò l’amico e collega Sergio Rodriguez parlandogli del suo progetto di realizzare un film imperniato su questa drammatica realtà. Rodriguez fu conquistato dall’idea e dopo qualche tempo tornò da Bedeschi con il soggetto del film e la storia del “bambino invisibile” come ingrediente favolistico ed “epifanico” da mescolare con il taglio più squisitamente documentaristico e di denuncia. La sceneggiatura è stata affidata a Franco Di Pietro. Il titolo è stato creato dal soggettista ed evoca chiaramente dei riferimenti biblici che vanno dalla manna alla venuta del Messia, mentre il sottotitolo, che recita “La favola del bambino invisibile”, vuole suggerire come il film riguardi la realtà degli homeless ma all’interno di un racconto filtrato attraverso un registro favolistico ed un approccio poetico. La pellicola si è sviluppata a partire da un primo teaser di circa otto minuti prodotto e finanziato dalla casa di produzione del regista: un “episodio pilota” che è servito per coinvolgere nel progetto un’attrice del calibro di Paola Pitagora e per dare avvio ad un’ambiziosa campagna social di crowdfunding. Anche i tecnici e gli attori hanno sposato la causa, concedendosi gratuitamente nei ritagli di tempi. Oltre alla “Opera di San Francesco”, un aiuto preziosissimo è arrivato dai militanti della “Fondazione Progetto Arca Onlus”, che hanno portato senzatetto di tutta Milano ad interagire con quella parte dello staff che non aveva mai avuto contatti con questa realtà: un’operazione dal profondo significato umano e che è servita per coinvolgere entrambe le parti nel progetto e per far prendere maggiore coscienza a chi avrebbe dovuto scrivere, girare e interpretare le scene. Gran parte del film è stata girata per gli interni nella caserma di Viale Suzzani per cinque settimane (parliamo del 2016, anno delle riprese della pellicola). Dopo il passaggio al Festival di Aquarò, la pellicola si è spostata presso il noto cinema milanese “Mexico” per l’anteprima nazionale e ha cominciato a girare l’Italia.

Bedeschi sceglie di raccontare la sua Milano attraverso gli estremi della disperazione e della speranza. In apertura di pellicola vediamo dispiegarsi davanti ai nostri occhi uno “spettacolo” al quale siamo ormai abituati e che chi scrive ha modo di osservare quotidianamente nella sua “versione romana”: un contesto urbano fatto di avvenirismo e di miseria, di opulenza e di degrado, con i giacigli improvvisati dei senzatetto a costituire dei veri e propri arredi architettonici non diversamente dalle insegne delle grandi compagnie bancarie e dagli scintillanti neon dei marchi di lusso e degli hotel a cinque stelle accanto ai quali “sorgono e si propagano” a macchia d’olio. Un paesaggio diventato negli ultimi decenni sempre più familiare e diffuso, diremmo inscindibile dai panorami offerti dalle metropoli italiane, con tutte le stridenti contraddizioni e le riflessioni esistenziali, politiche e sociali che ne fanno da corollario. Insomma, c’è indubbiamente una venatura sociale nella pellicola di Bedeschi, che miscela l’approccio documentaristico delle riprese “dal vero” tra le stazioni, i depositi, le strade e le gallerie commerciali di una Milano che decisamente non è più da bere, ad un taglio più marcatamente da fiction contemporanea, come è comprensibile che sia considerato il lungo background pubblicitario e il più recente interesse produttivo dell’autore. Per certi versi, ci troviamo sospesi tra un fervido omaggio al Neorealismo del Secondo Dopoguerra, su tutti – per restare nel capoluogo lombardo – Miracolo a Milano (1951) di Vittorio De Sica, dichiarata fonte di ispirazione narrativa e punto di riferimento visivo e simbolico del regista, e gli scenari descritti in “Silenzio” a Milano di Anna Maria Ortese (la cui prima pubblicazione risale al 1958), un testo che raccoglie pezzi e articoli realizzati dalla giornalista e scrittrice per vari giornali in un arco di tempo precedente e che descrive mirabilmente una “città sotterranea” vista, sentita e pensata “dal di dentro”, da coloro che la popolano vivendo ai margini del successo, in una continua intermittenza di luci e di ombre tra gli scorci dei casermoni della periferia, il traffico congestionato delle stazione centrale e il misterioso silenzio che, insieme con la nebbia, ne segna i connotati, avvolgendo anche i suoi abitanti, uniti e al tempo stesso divisi da una contiguità senza parole. Milano è sicuramente la grande protagonista del film, “una città ricca di energia e di tante potenzialità positive, basti vederne la capacità di accoglienza che ha saputo far fronte all’emergenza dei Siriani prima e a quella degli Eritrei poi; una città multietnica e storicamente accogliente e propensa all’integrazione. Una città piena di iniziative per i più bisognosi di cui si parla troppo poco; una città animata anche dalla presenza di moltissimi talenti creativi, nei settori del design e della grafica, che meritano di essere conosciuti e apprezzati, anche se il mondo del cinema resta forse ancora troppo legato a Roma”, racconta il regista. Su questo sostrato da cronaca e da racconto sociale – una traiettoria, quella dei social movie, che il regista intende promuovere fortemente con la sua casa di produzione al fine di trasmettere al pubblico messaggi che lo aiutino ad indagare, anche criticamente, la realtà che lo circonda – si innesta la parabola “epifanica”, la rivelazione mistica in salsa fiabesca, secondo uno sviluppo che sposa alcuni concetti basilari della religione cristiana, senza tuttavia ridursi a mero strumento di “propaganda fide”, anche perché non è questo l’intento di Bedeschi. Certo, il messaggio è quello di guardare il mondo e al mondo con occhi diversi, quegli stessi occhi che permettono di andare oltre le apparenze e di vedere l’invisibile, prendendo a prestito una famosa citazione da Il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry (1943). Soltanto chi affina lo sguardo ed è capace di “accostare” alle traverse disseminate sul rettilineo della propria esistenza sarà in grado di vedere il bambino: dunque, non necessariamente un atto di fede, quanto piuttosto un’opera di impegno spirituale e di rinnovamento interiore. Una “rivelazione” che dà modo al regista di omaggiare nella sua pellicola certe soluzioni stilistiche à la Fellini, come anche il finale mistico de La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino (2013), in un “cammino verso” che prende forma nella figura della giovane “santa” inviata dal Vaticano e che riecheggia, appunto, l’anziana mistica del film premio Oscar 2014.

Un plauso va ai due ottimi protagonisti principali, gli attori di formazione teatrale Donatella Bartoli e Sergio Leone, capaci di creare una notevole alchimia e di dare credibilità a due ruoli difficili come quelli di Lilli e Annibale. Paola Pitagora rappresenta indubbiamente la ciliegina sulla torta, ma ci piace soprattutto segnalare il lavoro condotto dalla casting director Valentina Materiale nel mettere assieme attori con esperienze teatrali e televisive. Se la colonna sonora curata dal musicista e compositore Fabrizio Baldoni viaggia tra sonorità soul, etniche e misticheggianti, apparendo a tratti un tantino ridondante, grande impatto hanno le canzoni del cantautore e scrittore milanese Claudio Sanfilippo, mentre la fotografia di Giancarlo Lodi regala suggestivi squarci di una Milano che non sarà più da bere, ma sicuramente resta da vivere. Pane del Cielo è in tour in tutte le principali città italiane fino alla prossima Pasqua.

Regia: Giovanni Bedeschi

Origine: Italia, 2018

Interpreti: Donatella Bartoli, Sergio Leone, Paola Pitagora, Alberto Torquati, Gigi Piola, Mauro Ramerio

Distribuzione: Emera Film/TVCO

Durata: 100′