Pantafa, di Emanuele Scaringi

Un horror cupo e dall’ambientazione lugubre che gioca molto bene con le convenzioni del genere ma perde il filo nella seconda parte. Ispirato da una misteriosa leggenda abruzzese. Crazies

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La pantafica, pandafeche o pantafa, è una figura spettrale del folklore abruzzese e marchigiano, personificazione dell’incubo. Ha spesso le sembianze di una vecchia strega che, tradizionalmente,  si materializza in camera del dormiente e salendogli sulla pancia gli impedisce di respirare. Per scacciarla via ci sono diversi metodi, una scopa di saggina con molte setole lasciata fuori dalla porta oppure un sacchetto di legumi. Alla pantafa piace contare, in questo modo le setole e i legumi le faranno perdere tempo. Alle prime luci dell’alba, la strega scomparirà.

Storie antiche, di paese, leggende, superstizioni, tramandate di generazione in generazione e avvolte da un mistero primigenio che le rende tuttora molto affascinanti. Da qui nasce l’idea per il secondo lungometraggio scritto e diretto da Emanuele Scaringi dopo La profezia dell’armadillo. Marta e Nina, madre e figlia, hanno bisogno di cambiare aria, così si lasciano alle spalle la frenesia della città e si trasferiscono in un piccolo paese di montagna nella provincia abruzzese, Malanotte. La casa in cui si trovano a vivere però è tutt’altro che accogliente e per le strade non si vede quasi nessuno, tantomeno bambini. Sin dalla prima notte iniziano ad accadere strani avvenimenti e la piccola Nina fa degli incubi sempre più vividi e inquietanti: una figura misteriosa sembra immobilizzarla e rubarle il respiro.

Pantafa è un horror cupo dall’ambientazione lugubre che gioca molto bene con le convenzioni del genere, ogni elemento scenico ed extradiegetico contribuisce alla costruzione dell’atmosfera che pervade l’intero film. Gli attori inquadrati come se stessero costantemente nascondendo qualcosa, i suoni stranianti, il miagolio dei gatti, i lupi nella notte, le civette che aggrediscono la camera come i corvi di Dario Argento. Lo spettatore è sempre all’erta e la tensione resta alta, allo stesso modo anche Marta non si sente mai realmente al sicuro, ne in casa ne tantomeno in paese. Estranea tra i paesani, un essere alieno in un mondo di tradizioni arcaiche di cui a malapena riesce a capire il linguaggio. Quella che doveva essere una fuga riconciliante, un po’ come quella di Jack Torrance e famiglia in Shining (rievocato nella scena in macchina di inizio film), si trasforma ben presto in un incubo per entrambe le forestiere. La madre sembra riuscire a familiarizzare soltanto con un uomo del paese, mentre la figlia conosce un bambino e soprattutto stringe un buon rapporto con l’anziana vicina di casa. Sarà lei ad aiutarla con questi incubi notturni e ad addestrarla a contrastare la famigerata Pantafa. Legumi, scope e un paio di sciacquajje, ovvero degli orecchini lunari che secondo la tradizione dovrebbero scacciare il malocchio. Un altro elemento che diventerà arma contro il male è la splendida voce di Nico in I’ll Be Your Mirror dei The Velvet Underground, un pezzo contenuto in uno degli album più importanti della storia del rock. Questa canzone torna molte volte all’interno del film e diverrà in qualche modo un’ancora per le protagoniste, in modo da riuscire a mantenere il contatto con la realtà. Il centro del film resta una riflessione sulla superstizione paesana, sulle origini e sulle conseguenze di essa, l’horror è solamente un mezzo per ragionare su questa questione. Una delle scene più riuscite e interessanti è senza dubbio quella della festa del paese e del cosiddetto “ballo della pupazza”, una tradizione antica e mutevole a seconda della regione. Cos’è questa pratica se non una cerimonia collettiva di esorcizzazione della paura? Tant’è che alla fine del ballo la pupazza viene messa al rogo in pubblica piazza per il giubilo di tutto il paese. La maledizione della Pantafa in realtà non morirà mai, e con lei le secolari tradizioni di Malanotte, ma sta proprio qui il fascino di queste storie.

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Il regista mette in scena le paure del popolo con rispetto e grande attenzione alla fedeltà delle usanze abruzzesi, tra vino, rostelle, genziane e antiche filastrocche paesane. Il film semmai perde il filo nella seconda parte, quando le maglie della narrazione si stringono e gli obblighi del genere si fanno più pressanti. Qui è tutto più confuso e meno convincente, mentre il finale non rispetta probabilmente le attese create fino a quel momento, ma in ogni caso diverte con alcune trovate da vero horror. Nonostante l’incertezza nell’ultima parte, Pantafa resta un horror sopra la media rispetto quelli ai quali siamo abituati nel nostro paese, ma è soprattutto l’approccio alla superstizione paesana, tema evidentemente molto caro al regista, a convincere fino in fondo.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.8
Sending
Il voto dei lettori
3.8 (5 voti)
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