Paper Moon, di Peter Bogdanovich

“Quello sapeva raccontarla una storia. Ormai tutti i buoni film sono stati fatti.” (Peter Bogdanovich in Bersagli)

Film estremamente riconoscibile, che quasi nulla lascia all’immaginazione dello spettatore a eccezione di un titolo dalla fattura leggera e incantata, Paper Moon deve a questa immediatezza espressiva il suo successo senza tempo. Tutto è a fuoco in questa storia di un padre e della sua possibile figlia – Ryan O’Neal e la figlia Tatum – che imparano a conoscersi e a volersi bene in un viaggio attraverso la provincia americana: perché la camera, e l’occhio umano, devono poter essere colpiti dall’autenticità di quel rapporto che inizia nel segno dell’indifferenza per arrivare a piccoli passi a una complicità familiare. Già dal loro primo confronto e scambio di battute all’interno del locale – “voglio i miei 200 dollari”, urla la bambina – veniamo conquistati: l’aspetto mascolino e il suo modo di fare spigliato e smaliziato, dietro cui si ripara il lato più fanciullesco e bisognoso d’affetto, la rendono protagonista indiscussa (non a caso fu premiata con l’Oscar).

Bogdanovich si mette spesso accanto a lei, mostrandoci ciò che accade dalla sua prospettiva: possiamo intuire cosa pensa, quali sono i suoi stati d’animo solo dall’espressione del volto o dal modo in cui guarda le cose (pensiamo a quando tenta di imbrogliare la ricca signora o la vedova con numerosa prole al seguito). La verosimiglianza dello sguardo permette altresì alla narrazione di calarsi in una realtà sospesa tra la vita e la commedia, dove anche un periodo buio come la grande depressione può diventare l’occasione per due simpatiche canaglie di rimpinguare le loro misere finanze e con esse le loro solitarie esistenze. Bogdanovich su insegnamento di Orson Welles, che per il suo primo film gli suggerì di girare in bianco e nero, vira su questa scelta sostenuto da László Kovács che aveva curato la fotografia di Bersagli: siamo spiazzati dalla limpidezza delle immagini, da quel cielo che sa di blu profondo, da quelle terre brulle bruciate dal sole e, in generale, da un’atmosfera rurale perfettamente tradotta a livello visivo, con città semi-abbandonate e strade che si perdono all’orizzonte. Ed è proprio la strada con le sue vie di fuga, le soste e le deviazioni rocambolesche la struttura ossea su cui inserire personaggi e (dis)avventure, pericoli scampati con le donne e con la legge: l’episodio in hotel con Trixie Delight (una deliziosa Madeline Kahn, nominata all’Oscar) è un degno esempio di commedia brillante, con le inquadrature a servizio dei tempi di azione e reazione e tematiche adulte trattate con garbo; così come la scena dell’inseguimento notturno con l’automobile avvolta nella notte dalla quale a poco a poco emerge la luce dei fari è tutta costruita sulla suspense.

Bogdanovich dimostra una conoscenza profonda del cinema e dei suoi meccanismi, e sarebbe un errore scindere la figura del critico da quella del regista, che trovano un compimento ideale nel documentario da lui diretto nel 1971 su John Ford (a cui precedentemente aveva dedicato un saggio e un libro di interviste). Ma non si tratta semplicemente di ruoli o di parti recitate (impersonò il critico per Orson Welles ed è stato regista per se stesso accanto a Boris Karloff): dalla lezione di quei maestri che hanno attraversato in maniera più o meno trasversale la sua vita, deriva soprattutto una sensibilità artistica che gli ha permesso di comprendere come l’orizzonte non vada necessariamente collocato al centro dell’inquadratura. Prima che una grammatica del cinema, Paper Moon è del resto uno spettacolo di sentimenti, non di sentimentalismo: come una di quelle vecchie foto che conserviamo nell’album di famiglia o in una scatola nell’armadio e che ogni tanto riguardiamo con sorriso spensierato abbandonandoci ai ricordi e alla poesia.

Titolo originale: id.

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Regia: Peter Bogdanovich
Interpreti: Tatum O’Neal, Ryan O’Neal, Madeline Kahn, John Hillerman, P.J. Johnson
Durata: 102′
Origine: Usa, 1973
Genere: commedia, drammatico