Paradise Highway, di Anna Gutto

Ambientato sulle strade d’America, è il racconto di un’umanità in fuga. Un po’ anomalo, con la vicenda crime che soffre di un approccio troppo superficiale. Con Juliette Binoche. Piazza Grande

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Sally (Juliette Binoche) è una camionista e a tenerle compagnia sulla strada è la radiotrasmittente per chiacchierare con un gruppo di colleghe. Il fratello sta per uscire dal carcere, ma è ancora coinvolto in affari sporchi. Pochi giorni prima la data di rilascio però la trascina infatti nell’ennesimo trasporto illegale, sotto minaccia di una ritorsione nel caso di un rifiuto. A complicare la faccenda arriva la scoperta del carico, cioè una bambina, Leila. Qualcosa andrà storto, e sulle loro tracce, oltre ai malviventi,  ci sono un ex poliziotto diventato consulente (Morgan Freeman) ed un giovane ispettore uscito da Yale.

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La trama poliziesca serve ad Anna Gutto per il girare quello che a tutti gli effetti è un road movie; ci sono, per esempio, la fuga verso l’orizzonte senza fine, le aree di sosta per riposare. Di quello spazio tanto familiare agli autisti restituisce un’immagine che intercetta la quotidianità precaria, le tracce di una stabilità compromessa dall’avere una vita nomade. Un micromondo con le sue regole, popolato da un’umanità temporanea, in cerca di un amore a poco prezzo o soltanto interessata a segnare un’altra tappa prima di arrivare a casa. Delle parentesi significative, dentro un vagare ininterrotto nel paesaggio tra il Mississippi ed l’Arkansas.

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Il viaggio diventa un veicolo di incontro, il segno di un destino fin troppo simile. Fa nascere un sorriso solidale dove c’erano soltanto timore e diffidenza, lascia ai problemi il tempo di emergere senza presumere soluzione. Orfane entrambe, tra Sally e Leila finisce il vuoto materno da riempire, la possibilità di condividere un nuovo sogno, il bisogno di protezione ed attenzioni. Uno schema non troppo dissimile ripetuto anche nel caso degli agenti, un continuo punzecchiarsi prima di confessare una reciproca ammirazione, preceduta da un necessario rispetto.

Il risultato è un prodotto un po’ anomalo, nel quale la vicenda crime soffre un approccio troppo superficiale, considerando che la pista investigativa viene in pratica annientata, ed invece che fare da traino sembra girare a vuoto. Mentre gli spunti migliori sono senza dubbio riconducibili al rapporto tra la Binoche e la piccola Leila, declinazione al femminile, con le ovvie differenze, di Over the Top, impreziosito da un duetto tutt’altro che casuale sulle note di One Way Or Another di Blondie. L’apostrofo rosa in un campo, quelle dei sentimenti, che non conosce distinzione di genere.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.5
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Il voto dei lettori
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