Parigi, 13arr., di Jacques Audiard

Un film di sentimenti, in cui Audiard non rinuncia alla sua durezza. C’è un che spigoloso, respingente, ma è anche il segno di un’intensa autenticità.

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Les Olympiades è un distretto del XIII arrondissement di Parigi, realizzato tra il ’69 e il ’77, al centro di uno dei piani urbanistici più grandi e ambiziosi della Francia: il progetto Italie XIII che puntava a una trasformazione radicale della zona intorno ad Avenue d’Italie, a ridosso della riva sinistra della Senna. Al suo centro, il quartiere concluso disegnato dagli architetti Michel Holley e André Martinat: sei torri residenziali private, due torri di alloggi sociali a canone “normale” e tre condomini rettangolari di edilizia popolare, ad canone d’affitto “moderato”, per un totale di 3400 abitazioni. Nel segno di Le Corbusier, delle sue teorie urbanistiche e unità d’abitazione. Costruzioni multipiano e modulari, con la ripetizione di elementi dimensionali regolari e pannelli di facciata di cemento armato. Economia, ridefinizione e liberazione degli spazi, separazione delle funzioni e del traffico veicolare dalla circolazione pedonale, nuova organizzazione di trasporti pubblici. Trionfo dell’architettura moderna… Almeno secondo le intenzioni, perché, alla fine, non tutto è andato come previsto. Il piano Italie XII nel corso dei decenni ha avuto rimodulazioni, batture d’arresto, si è concretizzato solo in parte. Certo, la Dalle des Olympiades sta lì, definisce il panorama della città con il cemento delle sue torri, ribattezzate con i nomi delle città ospiti d’olimpiadi, per celebrare i giochi di Grenoble del 1968. Ma rimane, forse, più come un’affermazione di principio, come un’imposizione retorica modernista.

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Il tessuto urbano non è più definito dalle strade, ma dall’ordine delle costruzioni, esse stesse guidate da considerazioni funzionali”. Questo era l’obiettivo del piano. Il fatto è che questo principio di razionalizzazione non è servito a rendere la vita più regolare. Il tessuto urbano, anziché distendersi e rilassarsi, si è aggrovigliato, si è ammassato in stratificazioni caotiche. E la densità non vuol dire, necessariamente, vicinanza. Anzi… l’illusione di una separazione funzionale e di una standardizzazione si è tradotta in un isolamento più profondo, è diventata ansia di contatto e di prestazione. I moduli sono diventati celle di reclusione, spazi di paura e solitudine. Se non addirittura di scontro aperto.

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Ecco, Jacques Audiard affronta proprio questo nodo. Anche se sembra metter da parte, per un istante, il suo piglio più bellicoso, quella sua capacità di sintonizzarsi, come pochi altri, sull’improvvisa esplosione della guerra quotidiana. Appena velata dietro l’apparente equilibrio della società multiforme o le convenzioni di genere del milieu, cioè quella latenza inquieta, in cui le differenze etniche, sociali, economiche, stanno per combinarsi in scintille impazzite. No, in Parigi, 13arr. si parla d’amore e di amicizia. E nella scrittura, ispirata ai racconti a fumetti di Adrian Tomine, c’è la diversa sensibilità di Céline Sciamma e Léa Mysius. Ma ciò non vuol dire che Audiard rinunci alla sua durezza. Resta un regista di sostanza prima ancora che di atmosfera, di corpo prima che di mente. Densità, appunto, più che razionalizzazione. Nei suoi film, le questioni politiche e sociali non fanno sociologia, non sono mai scienza e teoria, non sono il terreno di sperimentazione di un pensiero precostituito. Sono storie di vissuti, scelte, errori, tamponamenti. E il sentimento non è mai sentimentalismo. Né lirica né elegia né mélo. Perché anche i sentimenti possono essere un combattimento corpo a corpo, seguire logiche di scontro. Come già si raccontava in Sulle mie labbra e, ancor più, in Un sapore di ruggine e ossa.

E così le relazioni dei giovani personaggi, tre donne e un uomo, più che sui toni caldi della passione, della tenerezza, dell’abbandono, sembrano tarate su uno spettro di gradazioni fredde, quelle dell’opportunismo, della sessualità meccanica o del rifiuto del corpo, della negazione e del distacco. Dietro lo schermo di un computer o di uno smartphone, al riparo di una parrucca, stare centrati su sé stessi, stabilire regole, distanze, cambiare casa o partner come si cambia un abito, evitare ogni coinvolgimento, ritrarsi nell’attimo in cui si avverte un minimo scricchiolio non previsto, un piccolo cedimento del cuore. Inseguire un accumulo compulsivo: degli incontri, delle esperienze, delle attività… Ma è come se tutto dovesse sottostare a un imperativo di dissimulazione. Negare, negare sempre, anche il dolore, la rabbia. Il terrore del vuoto.

Già. C’è un che di respingente e spigoloso in Parigi, 13arr., nonostante quell’elegante bianco e nero, quasi garreliano. Dove sì, ogni differenza è solo sfumatura, scala di grigio, ma al tempo stesso tutto pare dissanguarsi, perdere intensità. Per somma ironia, resta a colori solo l’esibizione porno live di Amber Sweet. Ma quel bianco e nero è anche una patina di immagine classica che crea un inevitabile scarto con il linguaggio tutto moderno delle nuove connessioni, con il ritmo delle musiche di Rone. Come a dire che, sebbene cambino le forme, l’amore è ancora il tormento e il piacere di un’infinita ronde. Émilie, Camille, Nora, Amber si inseguono, si urtano, si perdono e si ritrovano. Colpo dopo colpo, la crepa si allarga e fa male come un pugno. Spunta un grumo di sangue denso e nero, autentico. Ma nell’intensità di dolore, si aprono squarci di estasi, lampi di profezia. E momenti di felicità assoluta.

 

Titolo originale: Les Olympiades
Regia: Jacques Audiard
Interpreti: Lucie Zhang, Makita Samba, Noémie Merlant, Jehnny Beth, Camille Léon-Fucien, Océane Cairaty, Anaïde Rozam, Pol White, Geneviève Doang
Distribuzione: Europictures
Durata: 106′
Origine: Francia, 2021

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2
Sending
Il voto dei lettori
3.21 (14 voti)
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