Parigi, 13Arr. – Incontro con Jacques Audiard

Il nostro incontro con Jacques Audiard per la presentazione via zoom alla stampa italiana della sua ultima fatica: Parigi, 13Arr, nelle sale italiane dal prossimo 24 marzo

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Troviamo Jacques Audiard seduto davanti alla webcam nel proprio salotto di casa. Rilassato si accende una sigaretta e attende l’inizio dell’intervista mentre scherza sul nuovo progetto a cui ha appena iniziato a lavorare.

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Non so ancora quali attori ci saranno, ma sarà, molto probabilmente, una commedia musicale che girerò in Messico. È un po’ strano parlarne, anche perché a me le commedie non piacciono. Ho un po’ paura…”

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Il regista di Dheepan – Una nuova vita e de Il profeta, rispettivamente Palma d’Oro e Gran Prix Speciale della Giuria al Festival di Cannes, presenta la sua ultima fatica: Parigi, 13Arr, nelle sale italiane dal prossimo 24 marzo. Il film è l’adattamento della graphic novel Killing and Dying di Adrian Tomine, realizzato in compartecipazione con Céline Sciamma e Léa Mysius. Una moderna storia di amore e amicizia, giovinezza e sessualità, filmata attraverso il suggestivo uso del bianco e nero che tratteggia una Parigi lontana dalla sua classica rappresentazione di città storica e romantica.

Avevo due desideri sovrapposti per la realizzazione del film. In primo luogo, volevo scrivere una storia d’amore e inoltre la volevo ambientata a Parigi. La conosco bene come città, conosco suoi limiti. So che è considerata una città storica, romantica. Ma io avevo voglia di mostrare una Parigi diversa, senza confini, come se ci trovassimo altrove.”

Il tema di una Parigi dell’altrove è rimarcato anche dall’abbattimento dei confini geografici e culturali, figli della globalizzazione. I protagonisti sono dei giovani ragazzi provenienti da contesti culturali differenti che, però, in maniera estremamente naturale si incontrano e condividono un frammento di vita.

A qualcuno il luogo e il tipo di storia ricorda The Dreamers di Bernardo Bertolucci ma Audiard ci tiene a soffermarsi su un altro modello di cinema.

Purtroppo, non ho visto The Dreamers ma le posso dire questo: volevo fare un film sull’amore e avevo un’opera di riferimento, ossia La mia notte con Maud. La sfida per me era evolvere quel discorso all’epoca attuale. Lì i Jean-Louis Trintignant e Françoise Fabian parlavano di qualsiasi cosa per tutta la notte tanto che poi quando si ritrovano in camera da letto, non fanno l’amore. La parola sostituiva l’amore. Oggi l’amore si fa subito, ma dopo? Cosa succede? È emblematico il fatto che il rapporto più intimo nel mio film sia quello più platonico tra due donne che si parlano attraverso uno schermo.”

Il rapporto tra parola e immagini diventa predominante durante l’incontro e varie domande al regista si focalizzano sull’importanza del linguaggio e la scelta di utilizzare il bianco e nero per descrivere una storia così contemporanea.

Credo che al giorno d’oggi ci troviamo di fronte ad un paradosso. L’impero delle immagini che ci circonda è accompagnato da una quantità potenzialmente infinita di parole che compongono però un discorso povero. Per quanto concerne il bianco e nero, si tratta di una fantasia del regista, di una lotta anche contro la tv. Inoltre, avevo il bisogno di mostrare una Parigi diversa, che apparentemente potrebbe rimandare al passato. In realtà, io lo considero uno standard della modernità, in grado di mostrare un quartiere estremamente moderno come il tredicesimo arrondissement.”

Sullo sfondo dei grattacieli parigini di Les Olympiades si intrecciano, quindi, le vite di quattro giovani protagonisti, con i loro rispettivi interrogativi esistenziali. I personaggi raccontati da Audiard chiacchierano costantemente sulla vita e su sé stessi ma si sbagliano costantemente su ciò che sono davvero. Solo il film darà e dirà loro quello che sono realmente. In questo senso, il sesso diventa la cifra esistenziale di una generazione e, per Audiard, la messa in scena di questo atto assume una grande importanza dal punto di vista evocativo. Per questo, il regista francese rivendica la volontà di una ripresa effettiva dell’atto sessuale che, con i giusti trucchi visivi, si rivela indispensabile quando si parla di amore.

I quattro ragazzi adorano parlare e credo che il silenzio per loro significhi l’inizio della morte. Per me, che sono della vecchia scuola, non c’è nulla di più seducente della parola. La parola è seduzione e l’intelligenza passa per la parola. Trintignant che ho visto da giovanissimo ne La mia notte con Maud è il mio modello di seduzione. Riguardo al sesso, trovo che sia bello fare queste riprese, effettivamente mi trovo a disagio nel girarle ma questo disagio mi fa pensare che sono sulla strada giusta. È un peccato che il film in Italia sia vietato ai minori di 14 anni…”

Audiard, figlio del regista e sceneggiatore Michel Audiard, ha tempo anche per rispondere a una domanda sul rapporto con i propri modelli, così diversi e spesso in contrasto tra loro. Da una parte papà Michel, dall’altra quei giovani registi della Nouvelle Vague che tanto criticarono il cinema verboso del padre. Ma per un cinefilo, come si auto-definisce Audiard, i punti di riferimento sono molteplici.

Forse sono un figlio indegno, avendo abbracciato chi criticava così aspramente mio padre. I suoi film avevano un qualcosa di aggressivo e performativo nei dialoghi, spesso spiritosi e divertenti. Ma non mi ricordo di film d’amore nella sua filmografia. Credo di aver colmato un vuoto, in questo senso.

“Avere un cinema di riferimento non significa voler girare una scena come la farebbe un altro. Ho visto tantissimi film e sicuramente posso menzionare Wong Kar Wai, Woody Allen, Ingmar Bergman. Prima ho citato La mia notte con Maud perché ne conservo un ricordo singolare legato alla mia giovinezza. Lo vidi quattro volte in una settimana e mi diede qualcosa di molto importante da un punto di vista esistenziale. Credo che questa sia la vera forza del cinema. Così come la letteratura, è indispensabile per me. Il cinema ha mostrato ad intere generazioni cosa sia l’essere umano e quale sia lo spessore delle sue relazioni.”

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