Parigi o cara, di Vittorio Caprioli

Più senso non avrà la felicità, tutto il mondo forse girerò e non so, se potrò ritrovar la mia serenità.

“Forse la grandezza di Caprioli regista non l’abbiamo ancora capita”. Queste le parole di Franca Valeri, a cui Alice nella città ha dedicato un omaggio per celebrare la sua lunghissima carriera. Tra i titoli scelti Parigi o cara, secondo film di Caprioli con protagonista, finalmente assoluta, la straordinaria Valeri, che qui interpreta Delia, una prostituta romana un po’ snob che sta pensando di trasferirsi a Parigi dove vive il fratello omosessuale (Fiorenzo Fiorentini). Spinta da congiunture che sembrano estranee alla sua volontà, deciderà infine di partire per la città affascinata da un’immagine ideale (“Scusi, per la ConcordE?”) che non troverà mai un reale corrispettivo. Il suo lungo girovagare per i vicoli di periferia, tra incontri fortuiti e occasioni perse, la riporterà a Roma, a una nuova vita che non avrebbe voluto, non prima però di un fugace assaggio di quelle bellezze che restano privilegio per pochi.

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Delia è uno dei personaggi più amabili del cinema italiano, affine ad Adriana di Io la conoscevo bene e a Bruna di Storia d’amore: donne che vorrebbero cambiare la loro vita e che si trovano, tragicamente, vittime del proprio destino. Caprioli costruisce sull’allora moglie Franca Valeri una storia che, come le migliori commedie, è profondamente amara e segnata da una lucidità che solo all’apparenza è frivolezza: i vestiti appariscenti che indossa (opera di Giulio Coltellacci che cura anche le scenografie), i frequenti cambi di acconciatura, il bisogno di sostanziare un’eleganza che è necessariamente kitsch; e poi la sua ironia eccentrica, quel modo di affrontare le situazioni con leggerezza estrema quasi che le disgrazie la sfiorassero. Sono le tante maschere che poggiano sul volto di Valeri che qui, più che nei suoi film precedenti (Piccola posta, Il segno di Venere, Leoni al sole) dà forma a un personaggio contraddittorio – sensibile, furba e taccagna (fa parte di un gruppo di strozzini), in fondo romantica e all’occorrenza pragmatica (“Saranno un centomila candele, io dico; almeno diecimila, cinquemila”).

Come le sue Lady Eva, Cesira, Giulia anche Delia è una donna ordinaria, nel senso che possiede una femminilità smarcata dalla tradizione; e che sbeffeggia con i suoi atteggiamenti e abbigliamenti non tanto il canone di bellezza in voga in quel momento – le maggiorate o le dive americane – quanto la società stessa che impone certe tipologie. Perché Valeri, già alla radio e poi a teatro ancor prima del cinema (la compagnia dei Gobbi insieme ad Alberto Bonucci e allo stesso Caprioli) è stata osservatrice puntuale dei costumi e dei cambiamenti di un’epoca, che ha rappresentato in questa sua variopinta galleria di personaggi fuori dal comune. Al di là della caratterizzazione fisica, essenziale è poi l’uso della parola come veicolo di comicità e di una narrazione che procede per quadri: Delia parla un improbabile dialetto dal tono cantilenante, fatto di invenzioni e distorsioni linguistiche, e si apre spesso a soliloqui in cui critica le nuove generazioni o puntualizza i comportamenti altrui (“Ma che, sei tinto? Ma che fossi…?”).

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Parigi o cara diventa quindi sia per Caprioli che per Valeri, qui anche sceneggiatrice, uno spazio aperto di libertà e sperimentazione, espressiva e tematica, uno spaccato di vita, di sogni e ambizioni mai realizzati. Alla fine Delia cederà alle avances opportuniste di un pizzaiolo conosciuto lì (interpretato da Caprioli); e nel suo viaggio verso la stazione, con la Tour Eiffel che si staglia alle sue spalle, c’è tutto il fascino e la malinconia di un’umanità di perdenti che prova a fare un salto e ad afferrare un’opportunità, il benessere a lungo inseguito, e che resta schiacciata da una realtà mediocre e beffarda.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)

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