PAROLE BIOTRONICHE

Inizia un ciclo, qualcosa di nuovo.
Per me un blog è questo: scrittura emozionale, assenza di struttura, possibilità di sbirciare voyeuristicamente per chi ti legge,nelle pieghe di un sentire più immediato e spontaneo, qualcosa di sporco, insomma, pieno di errori, magari.
Ma questa è un’idea mia, intendiamoci.
Stavo cercando un tema, un argomento, non so, qualcosa che avesse un senso, un senso legato a un viaggio che, improvvisamente, inizia.
Chissà perché m’era venuto in mente di parlare di Sandro Zambetti – il direttore “storico” di una testata storica per cinefili (Cineforum). Ora, da qualche mese, non è più lui a dirigere la rivista e, forse, una parte della storia di Sentieri selvaggi è in quel di Bergamo che prende origine. Però poi mi son detto che qualcun altro avrebbe dovuto mettere mano a un argomento simile (allora, Federico, che ne dici?).
C’era un legame profondo tra Sandro e il Chiacchiari – oh, immagino ci sia tutt’ora. Sandro vedeva in Federico un critico affascinante, mai banale, originale, preciso e chiaro.
Ma, insomma, non sono io a dover parlare di queste cose. Non credo di esserne capace, ecco.
Meglio rimettermi a rimuginare su argomenti miei, magari legati alla scrittura. Anche se, a dirla tutta, in questo spazio, mi va di dubitare più che di affermare. E, sulla scrittura, di dubbi ne ho tanti.
Francesco Piccolo, scrittore casertano (credo), amato in casa Feltrinelli, ha scritto un libricino dal titolo garbato: “Scrivere è un tic” (questo, però, pubblicato da Minimum fax). E questa cosa del tic mi dice qualcosa di vero, che condivido, ma il termine mi sembra inadatto e riduttivo.
Scrivere è qualcosa di più radicale, di meno “sano”, di più perverso. E’ una mania (giocate a biotronic?) che ha necessità rituali (ritualità che, con biotronic, non c’entra niente). Per questo taluni scrivono di notte.
Il telefono non squilla, nessuno rompe le scatole (a parte il vostro partner o la persona con la quale dormite che, magari, qualcosa avrà pure da ridire. A ragione, beninteso). Io scrivo di notte. Ma non faccio testo.
Dardano Sacchetti scrive di notte. Ed è tutto un rituale quello che mette in gioco prima di accingersi a lavorare di parole e di lima. La prima fase è quella del cazzeggio. Si perde tempo. Si chatta. Nella migliore delle ipotesi si risponde alle lettere.
Poi si cerca una musica – quella che accompagnerà la scrittura e la storia. Si finge di cercare un cd. In realtà Dardano sa perfettamente quale musica accompagnerà il suo racconto.
Poi, finalmente, si inizia a scrivere.
E ci si immerge fino al collo, si scende sotto, in apnea. Senza respirare, fino alla fine, avanzando disperatamente, mettendo assieme schegge della parte più tenera dell’anima.
Oddio, mi fermo. Ma non è che tema di esagerare, no. Questa è la verità della scrittura. Quest’immersione è necessaria, l’unica che ci permette di scrivere col sangue (ripeto sempre ‘sta menata di Nietzsche che in Così parlò Zarathustra afferma che “di tutto quanto è scritto amo solo quello che uno scrive col proprio sangue”).
Vabbè, fatemi chiudere con quest’idea che, per scrivere veramente, quello che conta è crearsi una ritualità severa, quasi religiosa, capace di condizionarci a tal punto che, se un giorno saltiamo l’appuntamento, poi ci coglie un senso di colpa tale che, a letto, ci sale un’acidità della quale siamo certi che è vien su solo per colpa nostra.

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    Finalmente il professor Salvi si avventura nella scrittura on line! Speriamo che sia all'altezza della sua fama di scrittore di cinema! E ceh la ritualità severa sia con lui!