Parthenope – Incontro con Paolo Sorrentino e il cast
Il regista racconta la sua idea di cinema insieme ai suoi interpreti, il suo amato “sguardo sbilenco” e il naturale bisogno di esprimere qualcosa di personale. Parthenope è in sala dal 24 ottobre
Napoli è il suo mare, è una bellezza ambigua ed inafferrabile, fatta di posti e luoghi sconosciuti. La città è al centro dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, che arriva finalmente in sala, dopo il passaggio a Cannes e le proiezioni di mezzanotte, ed il regista insieme al suo cast prova a condividere qualcosa di autentico ed originale sul progetto, cercando nella memoria qualcosa di inedito da rivelare, un particolare, un dettaglio. Difficile, se non impossibile, tanto è stato detto. Però si può provare a ricostruire un percorso, le vie misteriose di un processo creativo, la mitologia e la genesi dei personaggi, i motivi di ispirazione, i modelli.
Parthenope segna un ritorno a Napoli, verso le strade dell’infanzia e della gioventù, ed i ricordi sono uno degli elementi serviti a costruire e nutrire l’immaginario e lo sguardo che dopo nove film con protagonisti maschili, stavolta fa cadere la scelta su una donna, Celeste Della Porta. “Dato che Joyce parlava dell’etica come selvaggia vitalità, dice il regista, ho pensato che si addice più ad una donna, o almeno a me piace immaginare sia così. Non sono in grado di giudicare quello che faccio, e neanche di confrontarmi con il cinema di oggi perché in verità ne vedo poco. È molto semplice, uno poi alla fine è condannato a fare quello che sente, non c’è altro modo di fare questo lavoro, almeno per me. Non lo so fare con un committente che mi dice facciamo un film, facciamo un horror, non sono proprio in grado di leggerli i copioni e declinarli sotto forma di regia se mi arrivassero da fuori. Questa è la storia che mi riguardava di più in quel momento, quando l’ho concepita.“
Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall’11 marzo

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Alla fine per Sorrentino resta una grande commozione per un film che sembra molto ambizioso, ma in realtà se vogliamo può essere visto anche come molto semplice, una storia sentimentale su quello che rappresentano le varie tappe dell’esistenza. La tappa della giovinezza, dove si ci abbandona e si tocca la vita, e se si è fortunati si possono raggiungere dei picchi estatici. Nella tappa successiva, quella di mezzo, troviamo la responsabilità, per poi diventare adulti ed avere la sottile percezione che è invece la vita che ci sta lasciando, quando provi a vederla ma lei non ti vede, e ti volta le spalle. Questo momento sembra malinconico e pessimista, viene però smentito nel film dal meraviglioso sospiro finale di Stefania Sandrelli. “Lo scorrere del tempo è qualcosa di sottile e delicato, secondo Celeste Della Porta, non ci rendiamo conto di come passa il tempo, ed io ho cercato di trovare la mia percezione nel tempo, per trasferirla su un personaggio con mille sfaccettature, che indaga tante parti dell’essere umano.” Un’indagine che in Parthenope è come sempre una personalissima visione, la trasmissione di un occhio sbilenco, traslando la vista e creando un lieve scarto, un movimento che poi definisce la fantasia e l’immaginazione. Si passa poi alla questione che il film era tra i candidati più accreditati per la corsa agli Oscar, poi la scelta è caduta su Vermiglio di Maura Delpero. “Sono felicissimo per Vermiglio, è un bel film. Io l’ho già fatto due volte e per certi versi mi sento sollevato, è una roba molto faticosa. C’è un momento per tutto.”
Grazie ai tanti interpreti presenti il discorso diventa corale, e riguarda il singolare approccio al personaggio, il metodo che ognuno di loro ha seguito. Silvio Orlando, che rappresenta la Napoli erudita nei panni del professor Marotta, si dichiara orgoglioso di incarnare quel pezzo della città che viene raccontato pochissimo, il fermento culturale straordinario, utile a costruire l’affresco di una città irraccontabile e sfuggente. Isabella Ferrari, che dà il volto ed il corpo a Flora Malva, dice che si è “divertita ad imparare il testo a memoria, una cosa abbastanza complicata. Ho sentito che su quei versi potevo appoggiare le mie emozioni. Soprattutto quello che parla di non contare sulla bellezza perché ammalia i primi dieci minuti ed irrita i successivi dieci anni. È stato facile, ho sentito spesso il pregiudizio, ero bella e dovevo essere cagna per forza, ho sentito rancore per molti anni della mia vita. La maschera del personaggio è qualcosa che mi ha aiutato molto; per un’ attrice non guardarsi allo specchio, non vedere le rughe, è una grande libertà.” Greta Cool, per Luisa Ranieri, impersona lo spettacolo, il divismo. L’ha pensata come una donna con una grande solitudine ed un rapporto con la città non sereno, attenendosi per il resto ad una partitura completa fino ai sottotesti, una figura a cui aprire il cuore e dare sembianze umane. A tirare le fila del discorso è Paolo Sorrentino, che parla del suo rientro a Napoli per girare il film, e di come abbia notato quello che notano tutti, come sia cambiata ed assediata dal turismo. “Fondamentalmente mi sembra una città che resiste, come ha sempre resistito agli arrivi dall’esterno, riuscendo a conservare una sua identità, molto imprecisa, ma comunque un’ identità. Spesso autoreferenziale, è una sua caratteristica.”




















