Pass over, di Spike Lee

Quest’ultimo periodo della carriera di Spike Lee sembra essere indissolubilmente legato alla distribuzione in streaming dei suoi lavori. Su Netflix ad esempio è disponibile già da un po’ She’s Gotta Have it, serie tv che si propone di riportare in vita l’iconica Lola Darling protagonista di quell’omonimo caso che segnò la stagione cinematografica nel 1986.

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Le fa compagnia il monologo teatrale Rodney King, con Roger Guenveur Smith nei panni di un uomo brutalmente pestato dalla polizia di Los Angeles durante le rivolte del 1992.
Ed ancora, c’è attesa per l’imminente Da 5 Bloods, altra esclusiva Netflix annunciata per il 12 giugno, in cui il regista di Atlanta dovrebbe confrontarsi ancora una volta con gli immarcescibili demoni del Vietnam.

pass-overSaltando dalla controparte, quella degli Amazon Studios, la carriera cinematografica di Lee passa prima per Chi-Raq, poi per un’altra pièce, Pass over.
Andata in scena nel 2017 allo Steppenwolf Theatre di Chicago, questo atto unico scritto da Antoinette Nwandu è ambientato tutto all’incrocio tra la 64ma Strada e Martin Luther King jr. Drive, altare su cui la città di Chicago ha deciso di ergere la sua personale ecatombe afroamericana.
Ed infatti in Pass over il titolo dato all’opera è un viatico importante da seguire, un filo d’Arianna che circoscrive i confini della storia e ne traccia tutte le possibili ambiguità. 
C’è infatti una bella differenza tra «passare oltre» e «trapassare, spirare»: da una parte il sogno americano, la retorica del successo, la luce in fondo al tunnel; dall’altra le ben più terrene regole del ghetto, la frustrazione degli spari della polizia, la fuga pasoliniana dal reale che è possibile soltanto in un modo: la morte. Una differenza abissale, descritta in un solo phrasal verb.
Che Antoniette Nwandu si sia ispirata a Pasolini non potremo dirlo mai con certezza e forse non è nemmeno urgente scoprirlo. Quel che è sicuro è che un (non)luogo puoi chiamarlo ghetto, borgata, favela ma le sue caratteristiche resteranno sempre più o meno le stesse: precarietà, legge del taglione, sospensione di tutto ciò che fuori di lì è in verità la norma.

Così anche in Pass over le atrocità del ghetto vengono subito a galla ed ogni sparo di pistola che si sente nell’aria ha sui due protagonisti un effetto repressivo immediato.
Moses e Kitch quello schifo vogliono lasciarselo alle spalle, ma la loro via di fuga più che una confortevole scala verso il Paradiso sembra essere piuttosto la delimitazione tra noto e ignoto, le Colonne d’Ercole tra ciò che è tangibile e ciò che è impossibile raggiungere.
Ai più, questo estenuante immobilismo dei protagonisti potrà ricordare la beckettiana attesa di Godot, ma forse l’analogia più calzante è con un’altra opera teatrale del drammaturgo irlandese, Finale di partita.    
Del resto anche Hamm e Clov, i protagonisti di quel copione, erano incapaci di muoversi: uno non riusciva a stare in piedi, l’altro invece non sapeva stare seduto. Ad accomunarli con i due personaggi di Pass over la non saziata sete di fuga.
Eppure nella regia di Spike Lee si avverte una carica d’ottimismo che invece è impensabile nel teatro dell’assurdo. L’utilizzo di controcampi che violano la quarta parete, interpellando di continuo la platea – interamente afroamericana – che assiste allo spettacolo, fa di Pass over non un’operazione che denuncia la semplice entità dei fatti. Non una passiva riproposizione degli stilemi che connaturano la blackness.
Quello di Spike Lee e Antoniette Nwandu è invece teatro civile a tutti gli effetti che parla ad una militanza pacifica chiedendo di non deporre l’arma della speranza, il martello della non arrendevolezza.
Per i nuovi registi della scena afroamericana, da Barry Jenkins a Tillman Jr. passando perché no per Jordan Peele e la Atlanta di Donald Glover, blackness è sinonimo di comunità, di appartenenza ad una determinata scala di valori. Nel bene e nel male. E nella rivendicazione di questo immaginario tantissimo lo si deve – ancor oggi – al cinema di Spike Lee.

 

Titolo originale: id.
Regia: Spike Lee, Danya Taymor
Interpreti: Bleke DeLong, Ryan Hallahan, Jon Michael Hill, Julian Parker
Durata: 74′
Origine: USA, 2018

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)