Passing, di Rebecca Hall

L’esordio di Rebecca Hall, da un romanzo di Nella Larsen, è la storia di due sensibilità femminili che si incrociano in una New York percorsa da tensioni razziali

Al suo primo film, Rebecca Hall adatta un romanzo della fine degli anni ’20 di Nella Larsen, scrittrice americana di padre antillano e madre danese. Una storia di intensità e mascheramenti, di pulsioni dissimulate dietro il velo delle convenzioni e delle finzioni. Ma, soprattutto, due sensibilità femminili che si incrociano e finiscono per scontrarsi in una città percorsa da tensioni razziali a stento tenute a freno. Si tratta di due vecchie amiche che si ritrovano dopo anni, in un’afosa giornata estiva, in un lussuoso albergo nel centro di New York. Irene, approfittando della sua carnagione non troppo scura, è entrata nell’hotel facendosi passare per bianca. Ma, in verità, la sua vita è ad Harlem. Il marito è medico e lei si occupa di un comitato di beneficenza per il sostegno delle condizioni di vita dei neri. Clare, invece, si è spinta ben oltre. Da anni finge di essere bianca e ha sposato un uomo ricco di Chicago, un razzista senza dubbi o ripensamenti. Quando le due donne si ritrovano, sembra poter rinascere l’intimità che le legava in gioventù. Ma, in realtà, a venir fuori è la loro insoddisfazione, che monta in un sentimento di invidia e di sospetto. Clare rimpiange la sua vita ad Harlem, le sue radici, la sua gente. Irene è gelosa, forse, del tenore di vita dell’amica, ma soprattutto è interdetta dal suo fascino ambiguo e teme che suo marito non ne sia immune. In verità, è un gioco di riflessi e di deformazioni prospettiche (a che punto sono vicini Brian e Clare?). Ognuna è lo specchio delle aspirazioni e delle paure dell’altra. E il vetro rischia di andare in frantumi.

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Ma il dramma è trattenuto sino alla fine. Si svolge tutto su un piano interiore, psicologico, è questione di sguardi e silenzi, di comportamenti e proiezioni, di gentilezze di maniera e tensioni inespresse, di atteggiamenti del corpo e di linguaggio delle posizioni nelle situazioni collettive. Al punto che le questioni razziali e sociali, centrali nel determinare l’evoluzione della vicenda, sembrano spostarsi ai bordi del quadro. Rebecca Hall – che pure non è del tutto esterna a certi temi, visto che la madre, la cantante lirica Maria Ewing, è di padre afroamericano – sposta il fulcro dal discorso politico a un rapporto conflittuale tra due donne, a una dinamica più personale di sentimenti, desideri, timori e frustrazioni.

Potremmo essere dalle parti di Shadows. Ma il film della Hall ha ben poco dello sguardo dissonante ed eretico di Cassavetes, del suo stile da “marciapiede”. Anzi, è tutto su un tono di impeccabile eleganza. Che si fonda, come era prevedibile, sull’interpretazione delle due bravissime protagoniste, Tessa Thompson e Ruth Negga, accompagnate da un gruppo di comprimari di eccezione, André Holland su tutti, e poi Bill Camp e Alexander Skarsgård. Ma che punta anche alla cura delle scene e dei costumi, a quel dettaglio della ricostruzione che garantisce il sostegno della cornice. E, sopra ogni cosa, la fotografia di Eduard Grau, che sembra un po’ l’autore nascosto del film. Un bianco e nero che tende alla luminosità più abbagliante, alla dissolvenza del bianco, e che diventa, in maniera quasi sin troppo didascalica, la metafora visiva delle questioni della storia. Alla fine, c’è un che di troppo estetizzante, che stona con il magma dei temi. Ma si avverte il tentativo di un approccio non scontato. Con l’eco, magari, dell’amico Joel Edgerton (di cui, tra l’altro, proprio Grau è d.o.p.): quando tra sospetti, incubi, paranoie, prospettive ingannevoli, a un certo punto il film sembra virare su toni thriller.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3.33 (3 voti)
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