Patriota Indesiderato – Hasan Minhaj, la tribuna politica di Netflix

Come racconta nello speciale Netflix Homecoming King, Hasan Minhaj da bambino, interpellato dalla maestra su cosa volesse diventare da grande, rispondeva “un bianco. Americano di seconda generazione, di origine indiano-musulmana, il comico di 33 anni, astro nascente dei nuovi stand-up comedian statunitensi, si è presentato così al pubblico di Netflix (e di riflesso, al mondo intero), con uno spettacolo auto-biografico in cui, ripercorrendo in breve tutta la propria vita, ha messo in luce i pregiudizi e le ipocrisie di stampo razziale che ancora affliggono l’America di oggi. Con un’ironia sferzante quanto intelligente e informata a contraddistinguerlo, Minahj è senza dubbio tra i comici più politici del parterre della piattaforma streaming. Di posizioni dichiaratamente progressiste, è senza dubbio tra gli esponenti più duri e decisi di una certa frangia dello show business americano che ormai da tempo (fin dal periodo elettorale) esprime dissenso contro la politica trumpiana. Ciò che però caratterizza maggiormente la satira di Minhaj, differenziandolo da molti suoi colleghi, è che non si limita a prendere in giro o tantomeno ad esprimere sterili sentenze sull’operato del governo, ma porta dalla sua i fatti, concreti e ben visibili sugli schermi che giganteggiano perennemente alle sue spalle durante i suoi spettacoli. 

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Laureato in scienze politiche, cresciuto artisticamente nei tipici locali di cabaret statunitensi, formatosi professionalmente alla corte dello storico The Daily Show in onda su Comedy Central, a cui approda nel 2014 nell’ultimo anno di conduzione di Jon Stewart (poi sostituito da Trevor Noah), Hasan Minahj viene dunque notato da Netflix che acquista il suo spettacolo Off-Broadway Homecoming King, facendolo debuttare online nel maggio del 2017. Visto il successo di critica e pubblico, decide di affidargli uno show tutto suo, con cadenza settimanale a partire dall’ottobre del 2018 (al momento è in pausa natalizia). Tradotto in Italia col titolo di Patriota Indesiderato, è però l’originale, ovvero Patriot Act, a rendere ancor più esplicito la sua connotazione politica, con il riferimento alla storica legge federale post-11 settembre emanata dal governo Bush. Legge che, come racconta ancora Minahj in Homecoming King, ha colpito direttamente il comico stesso, mostrandogli in età adolescenziale una faccia dell’America che ancora non conosceva. La sua famiglia, di religione musulmana come detto, che all’epoca viveva nella “bianca” Davis, fu infatti vittima di calunnie e spaventose minacce da parte del vicinato, ed è allora che il comico scoprì una nuova natura, intollerante e razzista, del paese che più volte afferma di amare profondamente e che tante opportunità ha regalato a lui, ai suoi genitori e a diverse generazioni di immigrati.

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Da questo rapporto di amore-odio, da questa necessità di approfondire le contraddizioni più scomode e nascoste della nazione, che prende piede allora Patriot Act. Lo show di Minhaj è infatti caratterizzato dalla stessa duplice natura, usa i marchi di fabbrica della comunicazione statunitense nel mondo, dalla cara infografica già sfoggiata in precedenza, simbolo dell’era digitale e di assoluta modernità, allo story-telling appassionante e ragionato nei minimi particolari, proprio col fine di smontarne i rappresentanti più illustri. Prende così di mira il marchio Supreme, sempre più in ascesa, l’onnipotente Amazon e la spietata politica con cui ha scalato i vertici dell’economia, fino alla stessa Internet (che di fatto ospita il programma) e alla discutibile gestione dei dati degli utenti. Altrettanto contemporaneo è il suo linguaggio, fatto di battute a raffica, citazioni alla cultura pop statunitense (memorabile, a tal proposito, il paragone con i tre fratelli Franco per spiegare le tre divisioni che formano l’ICE, l’ente responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione negli USA), avente come target un pubblico giovane, smaliziato e “nerd”, come lui stesso ama definirlo. Ma soprattutto, come anticipato, scevra dati su dati a sostegno delle sue tesi, con una quantità e rapidità forse anche eccessiva nei primi episodi, avendo comunque l’abilità di mantenersi sempre comprensibile, avvincente, anche coraggioso ma soprattutto diretto e privo di alcun filtro reverenziale nei confronti dei suoi bersagli. 

Per chi lo segue già da un po’ il momento in cui avrebbe dovuto fare i conti con le conseguenze delle proprie dichiarazioni era solo questione di tempo. Basti pensare a quando, nel 2017, attaccò duramente Trump, durante l’annuale cena di stato con i giornalisti (la White House Correspondents’ Dinner) boicottata dal presidente, chiamandolo “liar in chief” e lanciando un appello alla stampa e a tutta l’informazione (sotto accusa, in tempi recenti, per aver sottovalutato se non legittimato l’operato di Trump, anche da un certo Michael Moore): 

Siamo qui per parlare della verità. È il 2017 e viviamo nell’età dell’oro della menzogna. Adesso è il momento di essere bugiardi, e Donald Trump è il bugiardo in capo. E ricordate, voi siete i nemici pubblici numero 1. Giornalisti, ISIS, cravatte di lunghezza normale. Siete il suo più grande nemico. E in qualche modo, siete i cattivi. Ecco perché dovete tenere il piede sull’acceleratore. 

Eppure il primo a scagliarsi contro di lui non è stato il presidente degli Stati Uniti, come ci si poteva aspettare, ma il principe ereditario dell’Arabia Saudita Mohammed Bin Salman argomento principale di un episodio di Patriot Act, in cui Minahj ne denuncia l’operato dittatoriale, la speculazione sulla guerra nello Yemen, il coinvolgimento diretto nel presunto omicidio del giornalista Jamal Khashoggi, ucciso nel consolato saudita a Istanbul nell’ottobre scorso e, soprattutto, il trattamento accondiscendente riservatogli dal governo e dalla stampa americana. Mohammed Bin Salman, allora, ha recentemente chiesto e ottenuto da Netflix la rimozione dell’episodio dalla piattaforma in Arabia Saudita, poiché colpevole di violare le norme di cyberterrorismo vigenti nel paese. Curioso notare, tra parentesi, come la notizia arrivi a poche ore di distanza dalla polemica scoppiata nel nostro paese, sulla decisione della Lega di far giocare la Supercoppa Italiana nella città saudita di Gedda, per via della politica discriminatoria e sessista attuata all’interno dello stadio. C’è già, intanto, chi si è scagliato contro Netflix per aver ceduto alle pretese del principe, la quale tramite un suo portavoce ha dichiarato:”sosteniamo fortemente la libertà artistica e abbiamo rimosso questo episodio solo in Arabia Saudita, dopo aver ricevuto una richiesta legale valida e per rispettare la legge locale”. Adesso non resta che aspettare la fine della pausa natalizia per scoprire cosa ne pensa il “patriota indesiderato” che, conoscendolo, difficilmente sarà capace di soprassedere, per usare un eufemismo. Perciò, ora più che mai, alla prossima puntata.

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