Per un pugno di dollari, di Sergio Leone

Si sa che il western è il genere americano per eccellenza, quello che meglio racconta, nella sua parabola, la storia e lo spirito di una nazione. Proprio per questo, c'è voluto molto tempo prima che il genere venisse spogliato della sua "sacralità", o meglio della sua classicità, prima che venissero scardinate regole e convenzioni codificate. Ma si sa, le regole prima o poi vanno infrante…corsi e ricorsi della storia di qualsiasi arte. Già Peckinpah, alla fine degli anni '60, aveva cominciato a mostrare il volto oscuro dell'epopea, aveva compiuto i primi assalti al mito, incominciando a ragionare sulla violenza, sulla disillusione, per poi lavorare sulle forme e sui tempi, dilatandoli (con il ralenti) e contraendoli (attraverso il montaggio frenetico). Ma, più o meno negli stessi anni, da oltre Oceano si compiva un altro atto della rivoluzione. Sergio Leone, alias Bob Robertson, riprende (di nascosto) la storia de La sfida del samurai di Kurosawa e gira Per un pugno di dollari, il film con cui inizia a costruire il suo universo archetipico. Non si tratta di un semplice clone, innanzitutto perchè il film ha una sua personale dimensione "morale". Lo straniero Joe non è semplicemente l'uomo solitario e cinico che si crede, interessato soltanto al denaro. In realtà rispetta dei codici etici sottili: è una sorta di angelo vendicatore che risponde alla violenza con la violenza e si "diverte" a sfruttare a proprio piacimento i potenti.

Ma il vero colpo di genio di Leone sta nell'intuizione che il western è anche, se non soprattutto, uno spettacolo. E perciò mette in scena un vero e proprio show: i personaggi privati di qualsiasi dimensione psicologica e ridotti a maschere, a caratteri, tipi, la violenza brutale ed efferata, i colpi di scena forti. Eppoi, si pensi al duello finale. L'arrivo di Clint Eastwood è avvolto in una nuvola di fumo. E' lui il vero protagonista dello show, il divo che fa il suo ingresso sul palco. E così, il trucco della piastra d'acciaio che para i proiettili: il gringo, "morendo" e "risorgendo" ogni volta, compie una vera e propria mistificazione, si atteggia ad illusionista, incantatore delle folle (e dell'avversario). Ancora prima l'eccidio dei Baxter viene definito uno spettacolo e il raggio di luce che filtra attraverso la bara semiaperta è l'emblema del fascio di luce che esce dal proiettore. E' cinema nel cinema: cinema alla seconda potenza. Ma è solo l'inizio. Più tardi arriveranno, come in Peckinpah, i "c'era una volta", l'elegia, il rimpianto per un mitico passato. Per ora c'è solo il Leone regista. Dopo arriverà il Leone uomo.

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Sono curiosi i titoli originali del film. All'epoca aver un nome anglofono era una garanzia per un genere tutto americano come il western. Quindi Leone in primis, e tutti i collaboratori poi, s'inventarono degli pseudonimi. Leone, figlio del regista Roberto Roberti (al secolo Roberto Leone), si scelse il nome Bob Robertson, il fotografo Massimo Dallamano Jack Dalmas, Gian Maria Volontè si fece chiamare John Wells, l'operatore Stelvio Massi si ribattezzò Steve Rock, il montatore Roberto Cinquini Bob Quintle, l'aiuto regista Franco Giraldi Frank Prestland. Un piccolo caso curioso è quello di Ennio Morricone: in alcuni titoli il suo pseudonimo è Leo Nichols, mentre in altri testi si parla di Don Savio. Comunque, nei titoli che si vedono comunemente, solo i nomi di Leone, Volontè e Morricone sono in italiano, mentre tutti gli altri collaboratori conservano gli pseudonimi. 

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Regia: Clint Eastwood
Interpreti: Clint Eastwood, Gian Maria Volontè, Marianne Koch, Wolfgang Lukschy, Sieghardt Rupp, Margarita Lozano, Mario Brega 
Origine: Italia/Spagna/Rft, 1964 
Durata: 95'

 

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