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Per una televisione indipendente: Enzo Tortora oltre lo scandalo

In occasione della serie Portobello, ripercorriamo la carriera di uno dei conduttori italiani più amati. Dietro la gentilezza dei modi, un militante per una televisione libera dal monopolio di stato

Forse Enzo Tortora aveva proprio le physique du rôle della vittima. Alto, magro, sorriso bonario, volto disteso. Un insospettabile per gli italiani (quelli a cui stava simpatico) che hanno preso le sue difese e non hanno mai creduto alle diffamazioni dal carcere di Giovanni Pandico. Per l’altra metà degli italiani (quelli che non lo sopportavano) invece  proprio quella simpatia era la prova di un marcio mal celato. Se Enzo Tortora è passato alla storia come la vittima della giustizia italiana, candido come un martire, non era comunque uno sprovveduto, anzi. In occasione dell’uscita su HBO Max di Portobello, serie tv diretta da Marco Bellocchio, ripercorriamo la storia del conduttore.

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Genovese del 1928, Tortora non nasconde il suo precoce interesse nei confronti delle arti e dello spettacolo. Coniuga una laurea in giurisprudenza con la passione per la musica e per la recitazione esibendosi con il concittadino Paolo Villaggio. Poco meno che trentenne entra in Rai. Nel 1956 appare per la prima volta all’interno del programma Primo applauso per poi prenderne le redini della conduzione. È un anno dopo che cominceranno a delinearsi in lui non solo un carattere televisivo ben preciso ma vari interessi, temi, aspetti che la Rai non aveva ancora mai immaginato di rendere centrali. Nel 1957 Tortora è inviato esterno per Telematch, un programma di giochi a premi. Tra questi, la rubrica L’oggetto misterioso si proponeva di viaggiare per lo Stivale chiedendo alla gente del posto, ora di un comune, ora di un altro, di indovinare il nome e la funzione di uno strano utensile ogni volta diverso. Simile era anche Campanile sera (in cui lavorò sempre Tortora), dove addirittura comuni estratti a sorte si sfidavano in quiz e prove atletiche.

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Se sino a quel momento il profilo del conduttore era da immaginario radiofonico, imperturbabile e confortante nella sua dizione, sempre due passi indietro rispetto a scaletta e ospiti, ora il suo personaggio comincia a prendere una forma più definita. Tortora, nel porsi, è naturale, affabile, cortese e nonostante tutto riesce comunque a far intendere una sottile ironia, senza mai deridere l’interlocutore, di qualsiasi ceto e provincia. Ma è anche capace di scelte controcorrente. Già nel 1962 viene allontanato dagli studi Rai perché in una puntata di Telefortuna, il programma da lui condotto, Alighiero Noschese imita il presidente del consiglio Amintore Fanfani. Ma tornerà più forte di prima.

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La domenica sportiva (in onda già dal 1953 ) è la prima vera occasione per Tortora per dimostrare il talento e la visione del suo ruolo di conduttore. Il celebre programma, da mero notiziario sportivo, diventa d’intrattenimento. Insieme alla regia di Gianni Serra, La domenica sportiva va oltre la narrazione cronachistica e viene condita con ospiti, approfondimenti, commenti gestiti dalla ficcante simpatia di Tortora (che inaspettatamente, confessa nelle interviste dell’epoca, di sport è proprio asciutto). Momento topico: 28 febbraio 1965, debutta la moviola che permette di rallentare i filmati delle azioni e coglierne i particolari.

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È 1969 quando, amato dagli italiani, rilascia un’intervista a Oggi in cui critica la gestione poltica di Mamma Rai. La definisce “un jet colossale pilotato da un gruppo di boy scout che si divertono a giocare con i comandi”. Dietro l’impiegato/conduttore dallo sguardo sereno, c’è un deluso e riottoso sognatore che immagina una televisione indipendente, magari in concorrenza a quella di stato. Viene ascoltato e quindi allontanato dagli studi. Torna alla carta stampata e scopre le neonate televisioni locali. Tra queste, nel 1972 appare Telebiella, la prima televisione privata italiana, a cui il volto noto di Tortora dà un notevole contributo di popolarità. Sembra lo scenario ideale per portare avanti l’opera di sdoganamento delle realtà di provincia, ma l’esperienza non è destinata a durare a lungo. Il governo vuole regolare l’emittenza privata quasi al punto di bandirla, così solo un anno dopo Telebiella e le sue sorelle chiudono.

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Chissà se grazie alle proteste o a un ripensamento da parte della politica, comunque nel 1976 il monopolio della Rai è revocato e, nonostante le difficoltà, le reti private possono riavviare le trasmissioni. Tortora crede molto in una televisione più reale, viva, che rispecchi gli italiani nella loro quotidianità e sincerità. Crede in particolare nell’espressione di più voci, anche di quelle meno note e autorevoli, ritenendo pericoloso il monopolio dello stato. Continua così la sua militanza con Renzo Villa fondando Antennatre Lombardia, che si aggiudica il colore prima della Rai: un bacino in cui sperimentare i linguaggi tecnologici e televisivi.

Nel 1977 la Rai conquista il colore (in ritardo) e pure il ritorno di Tortora, che entrerà ufficialmente nella storia d’Italia, nei ricordi di grandi e piccini, con il jingle immortale e il pappagallo verde stilizzato della sigla del suo Portobello. Creato con la sorella Anna, va in onda il venerdì sera su Rai 2. Portobello è il nome della strada dove si tiene il celebre mercato londinese, ma anche quello del vero pappagallo in studio che nessuno riesce a far parlare, mentre si alternano rubriche su rubriche. Ora si vende una statua di Sant’Antonio, ora si cerca disperatamente un’arpa, oppure si prova a ricongiungere due amici che non si vedono dalla leva militare o ad accoppiare single non più di primo pelo. Tortora crea il suo mercato, folle e confusionario, dove l’improvvisazione e il divertimento sono costanti.

Tortora “scopre” la provincia italiana. Una dimensione che non è esattamente nuova per la Rai (se si pensa che uno dei suoi primi programmi si prefissava addirittura di insegnare agli italiani a leggere, scrivere e far di conto: Non è mai troppo tardi, 1960). Ma Portobello è proprio una televisione popolare, di periferia, forse in un momento di (apparente) benessere in cui il colore avrebbe portato sempre più paillettes a livellare grossolanamente gli irrisolti di un paese che rimaneva in qualche modo indietro. Un paese pieno di eccentrici individui, alle volte ignoranti, poco abbienti o semplicemente strani a cui Tortora concedeva, con rispetto e senza giudizio, cinque minuti di notorietà perché possedevano un tesoro, che fosse un oggetto o una particolare qualità. Tutti loro sono rimasti impressi nella mente degli italiani: il vicino di casa che improvvisamente arrivava in televisione. Oltre i venticinque milioni di spettatori, un successo che si interrompe con le accuse del 1983 e riprende, arrancando, nel 1987, dopo la bufera.

Tortora diventa un simbolo di resistenza. Totalmente sostenuto dai Radicali di Pannella, viene candidato e eletto europarlamentare nella loro lista nel 1984, mentre è ai domiciliari. Nonostante il calvario giudiziario lo costringerà a dimettersi un anno dopo, nel breve mandato riuscirà a condurre un’impegnata attività politica. Morirà poco tempo dopo l’agognata innocenza e libertà, a Milano nel 1988. Dello scandalo se ne parla tanto e approfonditamente in numerosi podcast, video, articoli. Tutti ne conoscono l’assurdità dei presupposti. Forse quella stessa stranezza e peculiarità che Tortora rintracciava nei suoi numerosi ospiti a Portobello, che hanno fatto la storia del programma, ironicamente le si è ritorta contro. Del caso racconta proprio Bellocchio, che ancora a Fabrizio Gifuni darà il compito di indossarne le vesti. Chissà se anche stavolta i tratti di un personaggio della storia italiana e quelli di Gifuni si confonderanno a tal punto da essere indistinguibili.

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