Perché dimentichiamo ogni cosa, di Yukiko Sode

Il senso della serie sta tutto nei vuoti, in quei silenzi che si fanno portavoce di tracce emotive invisibili e solo sussurrate. Poco importa se sia troppo episodica o per nulla enfatica. Su Disney+

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Nelle mani di un altro cineasta, o nel contesto di una cinematografia diversa da quella nipponica, questo Perché dimentichiamo ogni cosa avrebbe seguito traiettorie profondamente differenti, in termini sia estetici che narrativi. La storia di uno scrittore di mezza età, che si trova improvvisamente a fare i conti con la misteriosa scomparsa della sua fidanzata, già di per sé offre il fianco ad una narrazione di genere, in cui la ri-discussione del sistema valoriale del protagonista si intreccia di pari passo con l’esplorazione dell’enigma di partenza. In questo senso qualsiasi regista di sensibilità (e nazionalità) diversa sarebbe stato tentato dal richiamo enfatico del mistero, facendo della detection il veicolo ideale attraverso cui filtrare la crisi esistenziale dell’uomo, e da cui muovere di conseguenza ogni segmento narrativo. Eppure per Yukiko Sode non c’è spazio per tale logica. Perché nelle sue storie, proprio come in quelle dei connazionali Hamaguchi e Mishima, le evoluzioni intestine ai protagonisti passano sempre attraverso i micro-cambiamenti della quotidianità. Dove tutto è perlopiù sospeso, precario e indefinito.

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Ecco, allora, che l’assenza di qualsiasi struggimento emotivo da parte del protagonista non desta qui alcuno stupore. L’improvviso vuoto che la partenza della fidanzata lascia nella vita di M (Hiroshi Abe) è solo il segno dell’inesorabile scorrere dell’esistenza. Di quella normalità acquisita e mai realmente afferrata, che arriva a scombinare la routine giornaliera di un adulto, senza preavviso né particolari patemi. Ed è in questa cornice che Perché dimentichiamo ogni cosa può servirsi con naturalezza di un enigma iniziale solamente per arrivare alla negazione dei suoi stessi codici tensivi. Al punto che la “suspense” a cui dovrebbe aspirare il racconto del mistero lascia immediatamente il posto all’analisi del quotidiano. Ovvero in quell’unica dimensione – come sembra suggerire la regista – in cui è possibile osservare (e quindi, rappresentare) le ramificazioni più profonde ed essenziali del cambiamento umano, al di là dell’estasi espressiva richiesta dal classico intreccio seriale.

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Ma Yukiko Sode sa bene che negare le logiche empatiche della detection, non significa comunque soprassedere ai suoi effetti trasformativi di fondo. Seppur Perché dimentichiamo ogni cosa non abbracci mai gli accadimenti sensazionalistici del thriller, in ogni suo segmento ritroviamo lo stesso andamento narrativo/evolutivo che contraddistingue il cuore del genere. Prima della fuga di F (Machiko Ono), l’esistenza di M si dipana di fatto all’insegna di una immutabile routine. Certo, anche dopo la partenza/scomparsa della fidanzata il protagonista continua a condurre e a desiderare “una vita noiosa e ordinaria”. Ma il vuoto della sua assenza lo porta inevitabilmente ad una trasformazione interiore. E in questo senso le piccole azioni che ne cadenzano la (nuova) quotidianità – come aprirsi un account sui social, apprezzare le recensioni dei tiktoker sui suoi libri, oppure vivere con maggiore coinvolgimento le relazioni lavorative/d’amicizia – assumono per l’uomo le coordinate di un’esistenza rinnovata. Dove l’attenzione a ciò che è scontato, minuscolo e superficiale è il requisito necessario per metabolizzare positivamente il processo macroscopico della solitudine.

Ed è proprio qui che la serie si adegua alle estetiche di molto cinema giapponese odierno. Come nelle narrazioni più composte e deliberatamente neutre – si pensi ad Harmonium o A Man – il senso del racconto passa per i vuoti, con i silenzi e gli sguardi gettati in basso a farsi portavoce di tracce emotive invisibili e appena sussurrate. Poi certo, la struttura episodica porta spesso Perché dimentichiamo ogni cosa verso un eccesso di freddezza, a cui il calore della pellicola 16mm riesce solo in parte a rimediare. Ma qui Sode, grazie alla referenzialità del formato analogico, ritrova anche quel rapporto uomo/città su cui è solita strutturare le istanze comunicative delle sue narrazioni. Solamente che, se nel precedente Aristocrats la geografia urbana di Tokyo riflette l’immutabile stratificazione sociale dei suoi cittadini, adesso gli spazi interni (ed esterni) della capitale diventano i luoghi fisici del cambiamento. In cui anche uno scrittore disorientato può coesistere pacificamente con la propria inaspettata solitudine. E affogare i vuoti di un’assenza nelle azioni più ordinarie della quotidianità.

Titolo originale: Subete Wasurete Shimau Kara
Regia: Yukiko Sode
Interpreti: Hiroshi Abe, Chara, Machiko Ono, Kankuro Kudo, Daichi Watanabe, Yui Narumi, Yuzu Aoki
Distribuzione: Disney+
Durata: 10 episodi da circa 35′
Origine: Giappone, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.4
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Il voto dei lettori
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