Perché la notte: Enrico Ghezzi racconta la sigla di FUORI ORARIO

Riproponiamo integralmente il lungo intervento di Enrico Ghezzi apparso sulla rivista Rolling Stone Italia il 28 settembre 2010, e non più disponibile online sul sito del magazine. La sigla di Fuori Orario è in questi giorni oggetto di una controversia per cui non va più in onda in apertura della storica trasmissione di Raitre.  Su facebook è attivo un gruppo di sensibilizzazione per salvaguardare l’aspetto di “opera d’arte” raggiunto dal montaggio di Because the night di Patti Smith su immagini de L’Atalante di Vigo.

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A cura di Luca Galano

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Passai l’estate del 1978 (millenovecentosettantotto; ma sarebbe anche bello se un errore del revisore o del computer anagrammasse le cifre in 1789) dylaniato tra Changing of the Guards e Because the Night. Si consumavano i miei venticinque anni e non avevo più neanche tempo di considerarmi vecchio; lo ripetevo da quando avevo superato i diciassette anni della stagione in inferno di Rimbaud, irritando le ragazze specie se coetanee. L’amore mi aveva scoperto (intendo quando il desiderio tuo si condensa e si riconosce nell’esser desiderato da essa, e gli occhi ti hanno già ferito illuminato accecato alla velocità della luce – anzi di più, visto che ancora riuscivo a vedere due o tre film al giorno, e quello era già rendersi conto in vitro di quel che non arrivi a sentire o a ammettere, che gran parte di te e della vita è già alla velocità della luce e ti oltrepassa e la lascia e si lascia indietro essa stessa più relativa che mai – e la cosa non ha più forma e per questo la riconosci, la senti non esistere forse ma tu sei in essa e solo lì esisti) in primavera. Gli occhi si erano incontrati pochi giorni dopo il rapimento di aldomoro, la sera del nove maggio in cui Moro fu ucciso si rividero si riconobbero si amarono (di passaggio a Roma, dovevo rivedere un Sordi/Risi per un intervento sulla commedia al Festival di Pesaro, rientrando dalla cineteca la macchina fu attorniata a sangiovanni da giovani della FGCI con il lutto e il rosso sulle braccia che brandivano l’Unità in edizione straordinaria, ero eccitato e tristissimo).

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Tornai a Genova col treno dell’alba, lasciando un mazzo di fiori troppo grande in una cabina telefonica vicino a Termini, irrecuperabile e giustamente mai ricuperato. Dovevo tenere una lezione del mio seminario a filosofia morale (sulle meditazioni metafisiche di Descartes o sull’etica nicomachea di Aristotele?) ma c’era la prova scritta del concorso nazionale RAI per due posti di programmista-regista in ogni regione, per la Terza Rete che doveva ancora nascere. Feci il tema su Rossellini e la televisione che finiva dichiarandosi incompiuto e non terminabile (l’altro tema chiedeva di immaginare la trasmissione in diretta di un evento; qualcuno scrisse di aldomoro). Sempre in quel marzaprilemaggio, un viaggio a Parigi con l’eco dolce malinconico di un amore mai stato, e l’occasione di vedere nello stesso pomeriggio due roadmovie del 1971 diversamente rock, Punto zero di Richard C. Sarafian (impossibile dimenticare il titolo originale, Vanishing Point, il punto della visione prospettica verso cui le linee parallele tendono a convergere; di aldomoro veniva spesso citata e irrisa per astruseria la formula politica delle “convergenze parallele”) e Two-Lane Blacktop, capolavoro eccentricissimo di Hellman in cui la pellicola bruciava prima del finale e gli occhi si facevano motori a mille verso il punto zero di fuga. Tra Saint-Michel e Saint-Andrè des Arts si diceva che in bidoni della spazzatura parigini erano state trovate le divise alitalia indossate da alcuni dei terroristi di Via Fani. Qualcuno aveva sentito a Roma a radiocittàfutura renzorossellini il figlio di Roberto accennare all’agguato a Moro un’ora prima che esso avvenisse. E ricordo l’oscuro oggetto del desiderio al cinema a Milano con gli amici del “piccolo hans” nei giorni del rapimento, l’intervallo tra primo e secondo tempo a discutere dell’inganno vero che è il vedere (dopo l’impasse della fantomatica libertà del buñuel precedente) e della visita di enricoberlinguer al capo della polizia.

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Era un intervallo tra due tempi e il dissolvimento di essi, quella primavera, a spalancare lo spazio che li nutre e cataloga e mostra e ridistribuisce tutti (i tempi). Mia mamma mi lesse per telefono i telegrammi: uno diceva che avevo vinto il concorso RAI, l’altro trasformava il rinvio universitario del servizio militare in congedo illimitato permanente (la nostra annata di babyboomers fu la prima a godere dell’allargamento dei parametri medici per l’esonero; grazie miopia!). Una favola, e io stolido piangevo al telefono di una cabina di notte sull’aurelia che correvo senza fari in moto fino al confine per vedere se era facile sbagliare una curva e morire perché lei nennella non telefonava e non rispondeva.

MI0003375925Ricordo altre ossessioni musicali dell’epoca, molto roxy e Let’s stick together di ferry da solo, e tutto Desire di dylan vivissimo nel lungo presente del vinile, Starsailor di timbuckley già morto, con song to The Modern Lovers e il Roadrunner di richman lo registrai subito dieci volte di seguito su un nastrino come avevo fatto col magnetofono su Satisfaction da piccolo (I Can’t Get No).
So di essere del tutto fuori tema (e so anche in quale istante del 1979 capii che non avrei mai finito la traduzione del Coupable – colpevole/tagliabile? – di Bataille, ma questo è un altro discorso), ma più preciso di così potrei esserlo solo citando tutte o una sola tra le estasi scritte di Teresa d’Avila o di Giovanni della Croce, o levitando fino a cadere. Non riscrivo, non ho tempo, forse sto finendo e inviando questo testo mentre state leggendo o già dopo. Taglio, lascio solo l’irrilevante il vano il vanitoso. In moto a Marsiglia (o Nizza?), un cinema non grande con dentro pattismith (appena evocata da deleuzeguattari) che nel fumo sembra un animale stupendo di occhi durissimi di sogno, il sembiante di un grande seno e un francese fumato ubriaco che la indica e mi fa il segno delle tette. I’m Dancing Barefoot (contessa) sull’anacronismo, la tua voce l’avevo mandata in onda troppe volte da Horses e Radio Ethiopia nel mio spazio “sentieri selvaggi” in una radio “libera” genovese, tra coltrane e il dylan per il Kid di peckinpah, a interrompere o essere interrotta da letture di tazebao sublimi di giovani ribelli cinesi che una dozzina d’anni prima di tienanmen annunciavano la loro stessa fine dicendo “noi siamo la schiuma la spuma – parliamo e scriviamo e saremo spazzati via spariremo – ecco questo è il momento”. La tua voce che è un corpo e si vede, un corpo che diventa fantasma e si traduce in altri corpi, la voce più fisica e quindi metafisica che abbia mai “sentito”. Tu piccolissima fiammeggiante sul palco allo stadio di Firenze calpestato già dal grande antognoni e quella sera la ressa era pericolosa l’acustica pessima e bastava la Gloria di ogni attacco epifanico a scatenare il godimento sordo dell’essere mentre tu sentivi di colpo finire quel tempo appena iniziato, in uno spazio troppo grande troppo piccolo. Il ritorno in campagna con gli amici e nennella la notte, i miei piedi insopportabili fuori dal finestrino con le superga bianche incollate dal sudore.
Poi la mezzanotte magica al palazzo del cinema, a venezia, con il pianoforte davanti allo schermo.

1989. Mancano tre ore alla messa in onda del primo Fuoriorario – cose(mai)viste, una scheggia dalla durata variabile inventata (lavoro al palinsesto di RaiTre, e da qualche mese opera la fabbrica del duomo di Blob) per coprire buchi o dilatazioni della Samarcanda di Santoro e Mantovani. Indeciso sulla sigla, mi gingillo tra qualche disco e cinque o sei scene di film, mentre il montatore finisce di assemblare il johnford scabro e feroce The Battle of Midway con una partita di pallavolo accanitissima tra Iran e Iraq. Fuller, Sirk (Secondo amore, il televisore che si spegne sulle sue mirabilie annunciate) Rohmer Rossellini Mankievicz iolaconoscevobene Ophuls Renoir. E John Fahey, un istante di chitarra di Blind Joe Death, vocalità sublimi da Orlando di lasso o da Josquin des Pres, l’avvio di I can’t Get No Satisfaction o di Gimme Some Loving, Summer in the City o What a day for a Daydream dei Lovin’ Spoonful, petergreen theendofthegame.
Manca un’ora e registro la presentazione (F.O. era ignoto e inatteso, una quarantina di minuti non previsti nella programmazione ufficiale di quel 2 novembre 1989). Attacco con gli auguri a mia figlia Aura nata un anno prima, parlo di aura e della riproducibilità tecnica paradossale della stessa, Poi – lo so, lo sapevo – spiego farfugliando perché la sigla è banalmente quella (l’amore tra corpi immagine immaginario acqua aria asfissia visione realtà nella scena subacquea dell’Atalante di Vigo, e un pezzo di Because the Night). Ho deciso mentre registravo, e dico che mi pare una sigla troppo bella e precisa, suono e immagine si attaccano perfettamente ma è sempre misteriosamente così, lo proveremo cambiando sigla ogni settimana.

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La settimana dopo ricordo a bassa voce al montatore e agli amici lì con me la promessa di cambiamento. Mi guardano e mi guardo io stesso come un matto. Fuck the theory. Sono ancora lì, Vigo e Patti, amati e rubati.

0000293704Ogni volta che ho il coraggio di sentirla/vederla davvero (nel frattempo, da quel novembre 1989, ho incontrato troppe volte pattismith, decine di volte tra concerti e letture, l’ho sentita introdurre btn ‘piccola canzione italiana’, ho presentato un suo libro; sempre tra imbarazzo e freddezza, mai parlando apertamente di quella sigla fantasma tra di noi, cosa sottratta in silenzio e con un velo timido di colpa. Anche sapendo che la bella canzone (nulla di più) di Springsteen era certo scivolata via da sola (o con jmmiovine –va bene!- produttore in quel periodo anche della smith) dalle sue prove passando alla sala adiacente dello studio in cui si registrava Easter, dove con poche frasi e singole parole cambiate diventò la più bella (o forse l’unica) canzone dall’interno assente e deserto e pieno di vento del corpo amoroso che nell’anticipare il desiderio già rimpiange il suo esser stato e il suo filtrare filtrato ovunque. E questo tutto e solo nella voce di pattismith, che infatti mi ammutolisce a ogni incontro: anche l’ultima volta che l’ho vista da vicino, a mezzanotte di una notte bianca, dai posti riservati del coro di Saint Germain de Pres (dove mi fece entrare davidlynch –hi, enrico!- vedendomi impacciato e senza passi con adelchi sulle spalle dietro la transenna). La sigla mi sfugge indietro a sua volta anguilla nell’acqua. Mi trovo a ripetere il circolo, in un surplace di slittamento lieve abissale avantindietro. Il mio settantotto innamoratissimo disperato livedead, il babbo che torna a casa tardi, si appoggia a uno stipite, guarda la televisione precario in piedi in procinto di andar di là perché ‘la televisione è una vaccata’, il mio amore di lacrime si è appena asciugato, scrivo e anch’io guardo, lui è stupefatto (ho lasciato di sfondo muto un programma di informazione), mormora ‘roba da matti, ma che c’entra?!’. Ecco, è stupito perché pensa che la musica sia emessa dalla tv, una colonna sonora a ottundere tutto.

Bob-Dylan-Street-LegalÈ Changing of the Guards (uno dei pezzi più straordinari e laceranti di dylan, ballata esaltante con coriste suadenti e stranianti, che poi si travolge nella propria catastrofe ironica, nel crollare e nel tornare (oh Sara Sara di Desire) sempre lì al proprio crollo, l’amore a nudo, tutto quel che si è fatto diventa trasparente e invisibile, campo perfetto di rovine, illusione e motore lontano di una vita o di una carriera). Tolgo il disco (Street Legal). Il babbo resta deluso e vergognoso del suo errore. Mi pare stanco. Buonanotte, va in camera sua (mi fa trasalire e rabbrividire di malinconia nell’istante in cui scrivo capire rivedendolo che lì ha uno o due anni meno della mia età adesso – è questo il ‘rock’, fermo o troppo rolling?).
Metto Easter, direttamente sul solco di because the night (lo sa patti che trent’anni dopo, nel 2007 in cui esce il anche il Dylanesque di bryanferry, per il suo twelve di cover sceglierà di dylan Changing of the Guards?). Mi abbandono anarchico patetico unico disperato, andrà avanti fino all’alba nel rumore fioco della puntina che non riesce a finire il suo girare nella notte che non appartiene a nessuno. Al risveglio, se c’è risveglio, la troverò ancora così.