PERCHE' NO – La morte di Adèle

la vita di adeleUn film che "dura" tutta una vita, Adèle come Antoine Doinel, personaggio che cresce e si trasforma davanti agli occhi… C'è qualcosa di forzato in questa tiritera ripetuta sul binomio cinema/vita a proposito dell'ultimo film di Kechiche, addirittura di propagandistico, come nota lucidamente un nostro lettore. Perché, a ben guardare, quello che manca ne La vie d'Adèle è proprio ciò che distingue la vita dalla storia, l'inafferrabilità delle esistenze rispetto ai programmi della sceneggiatura: l'imprevisto. Già, esattamente quell'imprevisto che è l'elemento più sorprendente e affascinante dei film di Truffaut su Doinel (e non solo), che s'inserisce dentro e ai margini di quel suo meraviglioso modo di procedere aldilà di una linea retta e definitiva, lungo slittamenti e contorsioni costanti. Quelli sono film fatti di incontri casuali, momenti "economicamente" insignificanti, di andirivieni folli e incessanti nella storia del personaggio, del ciclo (vitale), del cinema. Altro che treni nella notte: camminano a tentoni sul terreno fragile del provvisorio rifiutando, nonostante le apparenza dei desideri, le chiusure del definitivo. Film che non ambiscono certo a inseguire e a imprigionare il personaggio, la sua esistenza, lungo l'intero arco della sua "durata". Ma che si accontentano dei frammenti, dei baci rubati. Ben sapendo che tutti i buchi neri, i vuoti del non visto e del non detto contribuiscono al peso specifico, agiscono sul nostro desiderio e la nostra paura di vedere, prevedere, stravedere. Quei salti sono come le condotte di ventilazione lungo cui passano l'aria, l'ansia, il mistero, l'emozione. La vita, appunto.

 

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Kechiche procede secondo la direzione esattamente opposta. Cerca di tirare sino al limite le situazioni, i dialoghi, le scene, "i sentimenti". Concentra il suo sguardo su un solo personaggio (due…) e lo segue fino all'esasperazione, fino a stringersi e chiudersi sempre più sul suo volto, sul corpo, i movimenti, le reazioni. Non esce più dal piano ravvicinato, se non per brevi momenti e le tanto famigerate scene di sesso. Inquadra una bocca che mastica, la saliva che fa il suo lavoro, la bocca aperta durante il sonno, il sesso aperto, le cosce, i fianchi, i glutei, le braccia, i capelli, gli occhi… Una vera e propria parcellizzazione del corpo, smontato, smembrato nelle sue componenti anatomiche. Un corpo già ucciso dalla macchina da presa, fatto a pezzi. Senza un discorso teorico cosa rimane? La vita dov'è? Dove può più passare l'aria in un'inquadratura tanto ristretta, insistita, in questa prospettiva obbligatoria?

 

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la vita di adeleSe c'era qualcosa che donava fascino a La schivata era la capacità di dar vita, sul terreno fertile dello slang, a un coro che facesse da controcanto alla vicenda amorosa principale. Progressivamente, film dopo film, Kechiche ha escluso il contesto, le persone, il mondo. Li ha costretti in uno sfondo sfocato. E qui, finalmente, tutto, persino Emma, non ha altro valore se non in funzione di Adéle.

Non si vuole negare, come scrive giustamente Simone Emiliani, che l'ossessione voyeuristica di Kechiche riesca ad essere anche travolgente, quando sa trovare il "miracoloso equilibrio tra ritmo ed emozione". Ma solo a patto di dimenticare quella presenza minacciosa del metodo, che trasforma la stessa Adéle da soggetto in oggetto, da donna, persona viva, in carne (soprattutto) e anima, nella cavia di un esperimento da laboratorio. Kechiche sostituisce, arbitrariamente, l'intensità con la concentrazione e la durata, convinto che non vi sia altra via per arrivare alla realtà, alla verità, per raccontare i battiti del cuore e del tempo. Ci obbliga a vedere e a compatire con la sua preda. Ma chiuso nella sua ossessione, non può che incontrare la pornografia. Non quella delle scene di sesso, chiaro. Ma quella del punto di vista obbligato, dello sguardo freddo e analitico, che fa a pezzi i corpi e le cose. Lo sguardo che non ammette altre prospettive, altre storie, altri film, altri desideri, altre emozioni.

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