#Cannes68 – Gus Van Sant presenta The Sea of Trees

A dir poco controversa l’accoglienza qui a Cannes per The Sea of Trees, nuovo film di Gus Van Sant. Si è cercato di capire in conferenza stampa le ragioni profonde del coinvolgimento del regista

 

A dir poco controversa l’accoglienza qui a Cannes per The Sea of Trees, attesissimo nuovo film di Gus Van Sant. Si è cercato di capire in conferenza stampa le ragioni profonde del coinvolgimento del regista nel film, che dice “quando hai materiale così forte tra le mani, personaggi così forti, a me piace sempre lavorare. Sono stato coinvolto a fine sceneggiatura comunque, quando era già pronta, mi ha chiamato Ken Watanabe”. A chi chiede quale genere precisamente intendesse sperimentare, Van Sant dice di aver voluto “bilanciare vari umori, anche musicali, e certo che ci sono anche momenti di horror, ma non è certo un horror. Matthew McConaughey dice “i due personaggi principali conquistano e perdono il sentimento dell’amore, la foresta è una metafora anche di salvezza, vedere in faccia la morte ti fa ritrovare la vita. I nostri personaggi riconoscono infine l’amore, è una cosa molto umana, parliamo di questo”.

Naomi Watts dice “è stata una memorabile esperienza, con Gus e Matthew, essere qui in questa meravigliosa cornice dove si celebra il cinema. Sono contenta”. Si può spiegare questo film da un punto di vista religioso, scientifico, semplicemente narrativo, qual è la chiave di Matthew McConaughey? “La relazione di questi personaggi viaggia tra la felicità e la tragedia, il miracolo sono solo le circostanze che portano a vivere di nuovo. Questo siamo noi, esseri umani, e per me c’era l’opportunità di sperimentare un personaggio così complesso, io amo sia la logica sia la spiritualità. Siamo sempre l’uno e l’altro e questa sea-of-trees2

sceneggiatura è intessuta di entrambi gli aspetti. Nulla è lineare qui, il mio personaggio danza nel mezzo di queste cose”. La Watts aggiunge: “quando parlammo con Gus della sceneggiatura, il centro è sempre stata la profonda storia d’amore. Certo nulla è sincronizzato, ci si perde nella foresta, si soffre, ma la sofferenza non cancella l’amore.”

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Van Sant viene interrogato sulla particolarità dell’operazione, sulle contaminazioni di tragedia e favola, insomma “perché questo film”? “Non so se è una favola, certamente ci sono vari aspetti della fiaba. Credo che perdersi nella foresta in fondo sia una condizione comune, una parabola di vita universale. Credo che i miei film, incluso questo, coinvolgano vari aspetti della vita e della morte. O meglio di differenti modi di avvicinarsi alla morte. L’interesse per la morte deriva direttamente dalle storie che mi interessano, leggo un articolo, un libro, qualsiasi cosa e investigo. E poi mi trovo dentro a storie che tirano dentro questi quesiti”.

 

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