Pericle il nero, di Stefano Mordini

Scorrendo rapidamente le due ultime annate di cinema italiano non si possono non notare segni di vita all’orizzonte, tra auto che viaggiano veloci come il vento, bizzarri supereroi borgatari alla Jeeg Robot o Anime Nere come non se ne vedevano da tempo… insomma tanti generi e sguardi sul mondo che tornano ad essere timidamente sperimentati. Che piacciano o meno questi film, rimane un fatto: si sta tentando di uscire dalle stereotipie in cui il mainstream italiano si era rintanato negli ultimi due decenni e questo è di per sé un dato positivo. Ecco allora, adattando l’omonimo romanzo di Giuseppe Ferrandino (uscito nel 1993, un progetto che al cinema è passato per molte mani, comprese quelle di Abel Ferrara) Stefano Mordini e le sue due sceneggiatrici si imbarcano in un compito non facile: creare immagini dal flusso di coscienza di Pericle il nero, strutturare un percorso narrativo compatto che racconti innanzitutto “chi è Pericle Scalzone”.

Si parte in voice over, ovviamente, con la solitudine e l’abisso morale di un personaggio che “di mestiere fa i culi alla gente”. Pericle è un manovale della malavita: lavora per Don Luigi che lo ha cresciuto come un figlio nell’adottiva Liegi ma lo ha trattato sempre da scemo: “io è meglio che non penso”. Un automa ben poco spirituale che agisce a comando e che non conosce nessuna vita sentimentale… arriveranno i guai, ovviamente, quando crede di aver ucciso un’anziana boss della famiglia avversa (Signorinella) fuggendo di notte in Francia nella “blindata” Calais di questi anni (i riferimenti alla crisi internazionale dei migranti vien a se). Lì incontra una donna sola e madre di due bambini con cui inizia uno strano rapporto di complicità, si avvia il disgelo emotivo. Ecco: spostare l’ambientazione napoletana del romanzo nel cuore dell’Europa è una scelta lungimirante, perché consente di contaminare lingue e linguaggi allontanando i confronti con il pesante universo di Gomorra.

PERICLE IL NERO2Il Pericle cinematografico tira in ballo un reticolo di riferimenti abbastanza evidenti (dalla voice over che ricorda i noir classici sino a Taxi Driver, passando per frasi che riecheggiano Il Padrino:Don Luigi fammi questo, don Luigi fammi quello…“) in un susseguirsi di generi (dal noir al melodramma sino al gangster movie puro) che lo avvicina per certi aspetti proprio ad Anime Nere di Munzi più che a Una vita tranquilla di Cupellini. Insomma Mordini (come già in Provincia Meccanica e Acciaio) continua a dimostrare un ottimo occhio per immagini singole significanti – Pericle guarda il mondo sempre da filtri diversi, specchi, vetrate, finestrini, con i primi piani insistiti di un efficace Scamarcio in lacrime o impasticcato che funzionano proprio nell’ottica di concedere tempo a questa disperata solitudine immersa nella periferia –, sa chiamare in appello i giusti umori cinematografici, ma poi fatica a farli detonare negli occhi dello spettatore come esperienza emotiva contingente. Pericle percorre con coraggio le strade più interessanti del cinema italiano contemporaneo, ma alla lunga non riesce a restare impresso come in tutti i modi cerca di fare: si ferma sempre sulla soglia dell’amore e della violenza, delle brutture e della pietà, del grottesco e della redenzione. Perché in questi tre atti blindati che si susseguono in un codificato crescendo teatrale – con i cambi di registro sempre al punto giusto o i turning point sempre ben calibrati –, mancano quegli scarti improvvisi e inaspettati che facciano vibrare l’animalità di un personaggio (e di un film) sin troppo sedata nella struttura. Manca la condivisione di un abisso emotivo che affianchi il bel racconto dello stesso. Insomma l’idea di cinema è convincente e da sostenere, il viaggio forse troppo calcolato e faticoso: a questo Pericle, allora, manca giusto un po’ di “nero”.