Permanent vacation, di Jim Jarmusch

Il maestro di Jarmusch è stato Nicholas Ray per il quale ha fatto l’assistente alla regia. È rimasta di quella scuola molto e in prima battuta il “sano” distacco da un mondo hollywoodiano che di certo il suo maestro non apprezzava particolarmente e che l’allievo, addirittura estremizzando gli insegnamenti, ha del tutto ripudiato, restando un eterno indipendente, non solo nelle idee che mette dentro i suoi film, ma anche nel momento produttivo che, poi alla fine, nel sistema che regge il mondo del cinema, è quello che conta.

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Permanent vacation è il saggio di laurea di Jarmusch e attendendo i titoli finali questo lo si intuisce anche se non è detto chiaramente. Così come si intuisce che il film sia stato realizzato da un giovane regista con molte potenzialità che avrebbe saputo esprimere al meglio nel suo lavoro futuro, ma che già si evidenziano con chiarezza in questo primo saggio.
Il film è del 1980 e in quello stesso anno Nicholas Ray girava con Wenders Lampi sull’acqua, cerimonia funebre per immagini del grande visionario di Hollywood (nonostante l’austero suo distacco), e film mostrava al mondo e forse per la prima volta con un’aura così potente, una verità spietata che al tempo stesso costituiva tema non eludibile dell’immagine che il primo Wenders sapeva catturare facendola diventare forma dell’arte del vedere.
Aloysius Christopher Parker, Allie, è un giovane newyorkese, abulico, sradicato, quasi senza casa e senza famiglia. Vaga nella periferia della città, va a trovare la madre malata in un ricovero per disabili mentali. Decide di andare a Parigi. Ruba un’auto per fare i soldi per il viaggio. Il suo stare al mondo è una vacanza permanente.
Jarmusch elabora il suo cinema del pensiero vagante e il suo personaggio si aggira in una città fantasma che nulla possiede della magnificenza della metropoli americana. Già da questo primo film Jarmusch sperimenta la forte assonanza con gli ambienti che sarebbe diventata precisa caratterizzazione del suo cinema e si intravede, pur nell’incipiente avvio del processo, anche la sua scelta drammaturgica di conferire una sorta di staticità alle sequenze per attribuire al racconto una drammatizzazione ulteriore. Temi e forme che appartengono alla personalità dell’autore e che sono diventati marchio preciso della sua produzione.
Permanent vacation ha l’aria di un film di sperimentazione, soprattutto visiva, assorbendo dal suo maestro una certa visionaria formazione dello sguardo che pure, in un film, assolutamente antispettacolare, sa farsi portatore di un protagonismo se non insolito, sicuramente originale, personale. La New York di Jarmusch in questo film è quella oscura e degradata, diroccata e solitaria e apparentemente abbandonata dai suoi abitanti. Il tema della città, così vivido in quegli anni di scoperta della centralità metropolitana che anche nelle anticipazioni temporali del cinema sembrava inevitabile (Mean streets – 1973, Taxi driver – 1976, The Warriors – 1979, Driver l’imprendibile – 1978, ecc…), qui si colora di altra consistenza e in una specie di superamento di ogni realismo che resta alieno alla cinematografia di Jarmusch, diventa invece luogo fantastico e immaginario, spazio onirico ed espanso in cui si condensano il Vietnam e i ricordi giovanili, l’amore per il cinema e i drammi d’amore, palcoscenico immaginario per la musica notturna sulle note del sax del fido John Lurie.
Jim Jarmusch, come un certo cinema di Soderbergh (Bubble), rivisita l’America e i suoi miti, quelli del lavoro, della frenesia produttiva, dell’efficienza e lo fa ribaltandone il senso, offrendo al suo protagonista un mondo quasi rovesciato in cui la costante noia come quella raccontata da Moravia, lo rende lontano e distaccato dalle cose e dai sentimenti. Jarmusch rappresenta l’improduttiva esistenza di Aloysius che lo fa sentire un turista in perenne vacanza. Ma vacanza come vuoto, come tempo da riempire, galleggiando in una specie di bolla metropolitana dalla quale, alla fine, fuggire.
Il film diventa una parabola esistenzialista raccontata da un regista che già dal suo esordio ha fatto dell’indipendenza produttiva una sua cifra espressiva. Lo certificano, ancora una volta, i titoli di coda, per chi avrà la pazienza di attendere il loro scorrere sulle immagini di New York che si allontana. Con un bagaglio di conoscenze indubbiamente ricco e negli occhi ancora la lezione di chi lo ha preceduto sulla difficile strada dell’indipendenza e una ascendenza, forse quasi inconsapevole o subliminale, del free cinema inglese, che a volte sembra riemergere dal passato in alcune sequenze, Jarmusch, all’epoca neppure trentenne, consegna al cinema un’opera, sicuramente non del tutto matura, come sarebbe stato il suo lavoro futuro a cominciare dal successivo Stranger than paradise – vero fulmine autoriale in quegli anni così magmatici per il cinema – ma un film nel quale sperimenta la sua assoluta libertà espressiva, lontano da ogni inganno dello star system e da ogni lusinga volta a dare valore a quella popolarità apparentemente indispensabile, preferendo un lavoro che rappresentasse, senza mediazioni, la sua cultura controcorrente e assai composita. Qualche anno più avanti lo avrebbe meglio dimostrato con due film essenziali come Dead man e Ghost Dog. Ma ancora era presto e il suo Allie alieno e “vacanziero” lasciava la “deserta” New York per una nuova Babilonia europea.
La versione restaurata, prevista in uscita il prossimo 30 luglio, consentirà a molti il recupero di questo film che pur lontano nel tempo, conserva i tratti di quella instancabile ricerca che appartiene di diritto al genio creativo di Jim Jarmusch.

 

Titolo: id.
Regia: Jim Jarmusch
Interpreti: Chris Parker, John Lurie, Leila Gastil
Genere: Commedia/dramma
Distribuzione: Movies Inspired
Durata: 75’
Origine: USA, 1980

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Il voto dei lettori
3.5 (2 voti)