PerSo 2019 – Ombre, vendette e schizofrenia

Quando lavori sempre di notte finisci per dimenticare di avere un’ombra. Suona così una delle frasi più emblematiche del film di Nicole Vögele, presentato nella sezione PerSo Masterpiece e già vincitore del Cinelab Award 2018, il premio dell’evento online organizzato dal Locarno Festival. Kuo e sua moglie Lin gestiscono un piccolo ristorante notturno a Taipei, popolosa capitale di Taiwan. Sulla città sta per abbattersi la furia di un tifone, ed infatti il film si apre con la città messa in subbuglio dall’arrivo da una tempesta di pioggia e vento. Per contrasto le attività quotidiane degli avventori e dei proprietari del locale continuano in maniera abbastanza ordinaria, ed il suo passaggio servirà soprattutto per evocare un sconquasso emotivo, latente. Attraverso una forma documentaristica narrativa e osservazionale la regista riesce a trasformare Closing Time in un vero e proprio film di finzione.  L’arco di trasformazione di Kuo si basa sulla crescita di un’insofferenza per il carattere ciclico di un’esistenza fatta esclusivamente di lavoro, in un ripetere stanco di gesti e comportamenti una notte dopo l’altra, che lo spinge verso un cambiamento. Il carattere ambientale routinario è costruito sulla gestione del ristorante, segue il protagonista dal rifornimento al mercato alla preparazione delle vivande ed intercetta la difficoltà nel portarlo avanti. Non che ai clienti vada meglio, dalle donne impegnate con il pilates nel parco, al gestore di macchinette pesca pupazzi, che passa il tempo libero al karaoke insieme alla fidanzata, al tatuatore incallito, il quartiere pullula di storie simili, dentro un orizzonte guardato a vista. L’ottima fotografia ed un uso fantastico del suono restituiscono un’immagine di Taiwan desolata e malinconica, chiusa nel cerchio di un eterno ritorno.

Sempre nella sezione Masterpiece viene presentato Gulyabani, di Gürcan Keltek, un cortometraggio che racconta la storia di Fethiye Sessiz, una nota chiaroveggente di Izmir negli anni ’70 e ’80, il periodo turbolento seguito alla nascita delle Repubblica. Ricorda la sua sopravvivenza da abusi, rapimenti e violenza. Fethiye è posseduta da un demone, appunto il Gulyabani del titolo, uno spirito che si muove nelle lande desolate imprigionando le anime più inquiete. Grazie alla voce narrante della protagonista, che sembra provenire da un posto remoto e lontano, si stabilisce un contatto con dei luoghi pieni di ombre, dove i fantasmi sono condannati a vagare in eterno con il loro peso insostenibile di dolore. Utilizzando materiale di archivio ed una grande quantità di ottiche differenti per catturare la memoria di un passato evanescente, eppure palpabile ed orrorifico, il regista riesce ad inscenare una danza macabra. Una degradazione dello sguardo sopra l’ignoto, ottenuta con delle tecniche care alla video arte.  Con un cambio continuo di ritmo visivo, da una lenta angosciosa agonia tra paesaggi impalpabili ed infetti e casolari stregati, ad un vorticoso cortocircuito sonoro e uditivo e l’impossibile onda lunga di una realtà invisibile, il crescere inarrestabile di qualcosa di sconosciuto, di ansimante. Un’entità malvagia che viaggia nel tempo sul filo della paura e della vendetta delle vittime, che si nutre dei loro pianti e delle loro richieste di aiuto, e fissa gli uomini con occhio sprezzante. Un ricordo appena riaffiorato, un segnale debole, illuminato dalla luce dell’incertezza, con il potere di evocare un’insondabile reflusso di coscienza malata, ferita dalla cattiveria umana e diventata ultraterrena.

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L’evento speciale Cinema della Follia previsto al Cinema Zenith, che insieme al Cinema Méliès ed al Postmodernissimo sono i posti deputati ad accogliere il Festival, è dedicato alla proiezione di The White Sound, un film di Hans Weingartner, con Daniel Brühl (Inglourious Bastards, Rush, Captain America: Civil War) che interpreta il ruolo di Lukas Delius, un ragazzo di provincia che arriva a Colonia con l’intenzione di riabbracciare la sorella Kati ed iscriversi all’Università. Dopo l’arrivo in città vede naufragare i suoi progetti iniziali, rinuncia allo studio ed adotta uno stile di vita poco ortodosso. La sua salute ne risente e dopo un ricovero per tentato suicidio, arriva una sentenza inappellabile: Lukas soffre di schizofrenia paranoide. Uscito dopo mesi di cure fatica a trovare un posto nel mondo, comincia a lavorare ma l’improvvida decisione di abbandonare la terapia farmacologica lo conducono nuovamente alla disperazione, e prova nuovamente ad ammazzarsi. Viene ripescato da alcuni hippy che lo portano con loro, prima di abbandonarlo da solo in riva al mare. Il film descrive bene la scomposizione della personalità del protagonista, i repentini sbalzi d’umore, gli irrefrenabili attacchi d’ira, l’insorgere di manie persecutorie, le allucinazioni uditive. Resta abbastanza efficace nel ricercare le cause della malattia, cercando nel passato familiare per costruire un quadro clinico più definito, e l’impatto devastante della stessa nell’ambiente con il quale il malato viene a contatto. Perde verosimiglianza in alcune scelte di sceneggiatura, soprattutto nella parte finale, quasi estranea dall’altra, forse con l’intenzione di rappresentarne la nemesi.